L'Appunto di Aly Baba Faye

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La guerra Libica: pace o libertà?

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Dunque alcuni paesi sono entrati nella guerra libica in base alla risoluzione ONU per fermare i massacri di Gheddafi. Ma la scelta caldeggiata da Sarkozy, Cameron e Obama è una scelta che divide l’opinione pubblica e mette in difficoltà il campo dei pacifisti e in generale del centrosinistra italiano. Si è scatenato un dibattito difficile  tra opposte fazioni che a volte sfiora il grattesco quando degenera in accuse reciproche. Sembra che coloro che non volevano l’azione militare (i pacifisti) siano complici di Gheddafi e dei suoi massacri e  viceversa coloro che sostenevano l’opportunità di un intervento in una guerra in corso per fermare i massacri a Bengasi siano guerrafondai. In ogni caso, sembra che si è di fronte ad un’alternativa secca: contro la guerra  senza se e senza ma oppure per i diritti umani e la libertà ad ogni costo. Un modo sbagliato di affrontare un dibattito difficile e spesso vissuto dai più con una lacerazione interiore e molti dubbi sulla cosa giusta da fare. Personalmente ho esperimentato questo disagio quando mi sono trovato a dovere applaudire alla decisione di rispondere alla richiesta di un intervento della comunità internazionale. Dunque non solo applaudire la “Primavera Araba” ma non lasciarli soli nel momento del bisogno. Mi ha confortato le parole di alcuni pacifisti, come il libico Farid Adly, uno che crede fino in fondo alla pace e alla non-violenza e che si è sempre battuto per i diritti umani ma che ha sostenuto l’opportunità di un intervento per fermare la macelleria civile del clan dei Gheddafi a Bengasi e per garantire libertà e rispetto dei diritti umani. Lasciando da parte tutti i discorsi sulla petrodiplomazia e sulle incoerenze del diritto internazionale in rapporto al tema dell’ingerenza umanitaria resta il fatto che sulla guerra in Libia  è stata difficile avere una posizione. Anche perché una guerra si sa quando la si inizia e non quando la si finisce e con quali costi umani e quale tributo di sangue. Così come non si sa cosa succederebbe se si lasciasse Gheddafi e Saif El Islam fare le loro inquisizioni casa per casa per una spedizione punitiva contro i nemici del regime. Ci ricordiamo dei troppi genocidi consumati nel totale silenzio della comunità internazionale come in Ruanda, Srebrenica, Darfur. Ma anche i troppi disastri degli interventismi  motivati come dovere di ingerenza umanitaria come in Somalia o per evitare armi di distruzione di massa come in Irak. Dunque serve umiltà nell’ascoltare le posizioni degli uni e degli altri. Non credo che chi è contro la guerra  nutra complicità per i genocidi e lo dimostra un pacifista che più di chiunque ha dedicato la propria vita ai diritti umani come Gino Strada, il mio candidato premio nobel per la Pace come ho scritto in questo blog e per il quale ho promosso un apposito gruppo su facebook. Così come non credo che chi ha sostenuto l’opportunità di fermare Gheddafi con un intervento sia un guerrafondaio complice di Sarkozy come dimostra appunto la posizione di un altro pacifista e militante dei diritti umani come Farid Adly. Perciò ritengo che non servono insulti reciproci e chi si esprime un’opinione magari con tanti dubbi merita rispetto e comprensione. Perché mai come in questa situazione si può dire che c’è un pezzo di verità per ogni posizione espressa. Pace e libertà non possono essere oggetti di un barattro così come tra “pacifisti” e “libertari” non dovrebbe esserci iuna guerra ideologica ma  rispetto nella reciprocità. Questione di equilibrio!

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Written by Aly Baba Faye

20 marzo 2011 at 19:36

Libia: ora sarà guerra!

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Il dato nuovo nella cosiddetta Primavera Araba è la natura del coinvolgimento della comunità internazionale. Dalla tifoseria alla discesa in campo. Grazie alla spinta di Sarkozy e Cameron, ma anche dalla Lega araba, l’Onu ha votato ieri una risoluzione che stabilisce una no-fly zone sul territorio libico. Non un pattugliamento ma un intervento militare per salvare le popolazioni. Lo scenario che si prefigura è ovviamente quello di una guerra  anche se viene giustificata come doverosa ingerenza umanitaria. Dunque in attesa della destituzione del Colonnello, ci sarebbe da riflettere sul futuro della Libia. Infatti, al di là dell”incertezza sui costi umani e sui tempi della guerra, resta nel sottofondo una domanda: che ne sarà della Libia dopo la caduta del Capo Beduino? Che piano ha l’Onu o il comitato nella gestione del dopo-gheddafi? L’idea di andare in guerra è sempre una decisione pesante ma andarci senza avere idea di cosa fare dopo fa accapponare la pelle. La legittimità internazionale da sola non basta. La risoluzione 1970 autorizza solo la guerra e non prevede nulla sul dopo. E da questo punto di vista alleggia ancora nell’aria qualche fantasma. Servirebbe anche un piano politico del dopo-guerra. A maggior ragione nel caso della Libia che è uno Stato con un’organizzazione particolare. Infatti, dall’antichità fino all’occupazione italiana  negli anni ’30 si distingueva 3 provincie in Libia. La Tripolitana ad Ovest caratterizzata da una rete di agglomerati antiche dove le  popolazioni sono simili ai tunisini; la Cirenaica ad Est dove le popolazioni è più simile ai egiziani e il Fezzan al Sud della Tripolitana che è l’area confinante con il deserto. Dall’indipendenza questa delimitazione è stata ridisegnata  parecchie volte. E comunque né gli sconvolgimenti sociali provocati dal petrolio né il socialismo Gheddafiano, hanno sopito le molte “sfaldature” tra la Tripolitana e la Cirenaica. Si rammenta che la Libia di Gheddafi è organizzata su principio di autonomia locale prima con una architettura amministrativa  articolata in regioni (muhafazat) poi successivamente in province (baladiyat) e dal 1995 in distretti (Shabiyat). L’ultimo ridisegno nel 2007 individua 22 distretti amministrativi. Poi vi sono i congressi popolari che sono assemblee elettive per designare i rappresentanti del popolo. E’  in questo contesto che occorre immaginare gli effetti di una guerra che rischia di tradurre il dopo-Gheddafi in una implosione del paese. Insomma, un processo di somalizzazione che consegnerebbe la Libia a nuovi signori della guerra e/o a potentati tribali incapaci di garantire stabilità e coesione non è il massimo. Per questo, pur essendo auspicabile un intervento per fermare i massacri, occorrerà altresì avere un piano politico-istituzionale. La mia idea è una soluzione di tipo confederale tra le tre regioni storiche -modello svizzero- da costruire in un percorso costituente usando le assemblee elettive già esperimentate in loco. Se così non dovesse essere allora sarebbe davvero un peccato trovarsi di fronte ad un’altra Somalia o un altro Irak. Davvero questa volta bisogna evitare di scatenare una guerra e poi andarsene lasciando solo macerie. Questione di responsabilità!

Written by Aly Baba Faye

18 marzo 2011 at 21:28

Società civile nel mondo islamico!

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Un vento di libertà soffia sul fuoco delle rivolte nel mondo arabo-musulmano. E come per effetto domino le piazze si riempiono da un paese all’altro, dal Nord Africa al Medio Oriente. Sta succedendo qualcosa che solo due mesi fa era impensabile. E la natura stessa delle rivolte è altresì sorprendente, almeno per quelle latitudini: la Piazza che sfida il Palazzo chiedendo libertà, dignità e democrazia. Insomma un fatto “rivoluzionario”. Finora il mondo arabo-musulmano ci aveva abituato a mobilitazioni popolari dove però le parole d’ordine erano impregnate di un nazionalismo fatwista. Piazze convocate per biasimare i nemici esterni. Sempre gli stessi: Stati Uniti e Israele. L’imperialismo e il sionismo. Quindi reagire contro gli usurpatori era questione di dignità e manifestazione d’identità. Piazze piene di persone rabbiose e a tratti anche violente al grido di “morte al yankee” e “morte ad Israele”. Erano manifestazioni che offrivano il medesimo spettacolo rituale e la stessa scenografia di bandiere bruciate. Questa volta no. Non è lo stesso registro. Questa volta è diverso. Dunque nessuna bandiera bruciata. Niente maledizione di nemici esterni. Niente capri espiatori. Nulla di tutto questo. A portare la gente in piazza sono ragioni legate alla dialettica interna. Questa volta lo sguardo delle piazze sa più di introspezione. Uno specchiarsi collettivo. Una seduta di auto-analisi della società e della sua gestione. Dunque società che riflettono. Popoli che guardano al proprio ombelico per mettere a nudo le proprie inadeguatezze. Senza scarica barile. Dittatura e corruzione, ingiustizia sociale e  nuove povertà, mancanza di libertà e deficit di democrazia sono problemi delle società arabo-musulmane. Bisogna uscire dall’oscuranstismo e dal feudalismo. Oggi,  le società arabo-musulmane vogliono voltare pagina. Vogliono uscire dal letargo. Vogliono uscire da una crisi frutto della sospensione tra lo status quo di una civiltà antica e le nuove spinte moderniste di una gioventù illuminata dalle luci della civiltà globale.  Ora bisogna entrare nel Terzo Millennio. Bisogna stare al mondo con la testa alta. I Popoli sono stanchi della repressione e della corruzione. La gente non ce la fa più a sentirsi ostaggi di politici corrotti e di dittature senza scrupoli. Khalass cioè  Basta. E così la diagnosi dei mali ha richiesto terapie d’urto. Bisogna guarire dalla paralisi e liberarsi dalla frustazione. Ecco allora che si va in piazza per mandare via i responsabili dei fallimenti politici e di gestione delle società arabe. Ecco che al fatalismo del Maktub, che si affiderebbe esclusivamente al buon Voler Divino,  la gente sovrappone la forza della ribellione. Ecco che il protagonismo delle piazze prefigura la nascita di una società civile nel mondo arabo. E’ questa una  premessa necessaria per cambiare il mondo. Questione di sovvertimento!

Written by Aly Baba Faye

15 febbraio 2011 at 14:30

Crisi Egiziana: l’Imbarazzo Occidentale

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I sommovimenti politici che stanno attraversando i paesi del Maghreb hanno nella crisi egiziana il dato più delicato per gli equilibri geopolitici mondiali. Gli echi di voci dalle piazze maghrebine tuonano forte nelle sedi delle cancellerie occidentali. Infatti i governi occidentali, a cominciare da Washington, si ritrovano stretti nel triangolo asfissiante di un disposto combinato tra l’esigenza di salvaguardare delle alleanze strategiche, il dovere di coerenza del discorso sulla democrazia e infine la gestione delle loro opinioni pubbliche che manifestano simpatie con le piazze in rivolta. Nel caso dell’Egitto, l’imbarazzo occidentale deriva dal fatto che ad essere al centro delle ribellioni di popolo è uno tra i loro alleati più preziosi nell’area. Mubarack e Ben Ali sono leaders che hanno sempre garantito stabilità e sicurezza anche a costi alti in termini di rispetto dei diritti umani e delle libertà civili. Ciò vale anche per lo Yemen. Mubarak è stata una figura di garanzia contro l’ascesa del fondamentalismo islamico e contro l’egemonia di potenze a loro avverse come l’Iran. Il Canale di Suez è di vitale importanza per le importazioni europee di petrolio e di prodotti a buon mercato asiatico. Perciò l’atteggiamento nei suoi confronti è dettato dall’ambiguità: da un lato l’Occidente non può più sostenere un regime che da 30 anni governa facendosi baffo dei principi di democrazia e di rispetto dei diritti umani e d’altra parte non si può così al buio scaricare il gendarme anche perché le ribellioni di popolo potrebbero avere esiti non desiderati. Questa ambiguità dei governi occidentali non sfugge alle forze di opposizioni in Egitto. Oggi la dichiarazione di Mohamed El Baradei, principale oppositore di Mubarak è molto significativa. In modo laconico l’ex-Direttore dell’AIEA dice che “Se il regime non cade, l’intifada del popolo continuerà“. Sono parole sapientemente dosate da un personaggio navigato come El Baradei che conosce molto bene i giochi della diplomazia internazionale. Nella sua dichiarazione c’è una parola chiave “Intifada” che è un monito alle potenze esterne di evitare un sostegno forzato a Mubarak contro la volontà popolare. Allora meglio convincere Mubarak a uscire di scena in modo pacifico e negoziare il cambio di regime per calmare gli animi. Altrimenti il logoramento del regime di Mubarak sarà anche una “sconfitta dell’Occidente” nel cuore dei popoli. E questo potrebbe prefigurare una tra le peggiori soluzioni della crisi: consegnare l’Egitto ai “fratelli musulmani” e lasciare mani libere all’Iran come forza egemone nella regione. Dunque a buon intenditore, poche parole. Ora per i governi occidentali c’è l’esigenza di trovare la quadra per evitare la destabilizzazione dell’Egitto e lo sconvolgimento della geopolitica mondiale. Questione di politica!

Written by Aly Baba Faye

29 gennaio 2011 at 17:51

Vento del Mare di Mezzo

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Come per non smentire il suo ruolo storico e la vocazione di luogo di dinamismo e di innovazione sociale e culturale, l’area del Mediterraneo è di questi tempi al centro di vicende che possono segnare nuovi slanci di ristrutturazione della Civiltà Umana. Se la crisi economica, nel biennio appena finito, ha mostrato tutta la sua gravità come processo di cedimento sistemico lo si è potuto vedere soprattutto nei paesi attorno al Mare di mezzo. Dalla Grecia all’Albania, dal Portogallo alla Spagna (e in misura minore anche l’Italia) il rischio di fallimento economico di Stati sovrani si è manifestato proprio in paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Sul piano politico anche l’area sta diventando il centro nevralgico di una situazione destinata a segnare gli assetti geopolitici futuri. Dalla Tunisia all’Egitto, passando per l’Algeria, le rivolte popolari, che potrebbero contaminare altri paesi vicini come il Marocco e la Libia, potrebbero altresì aver effetti di portata mondiale. Insomma, soffia sul Mediterraneo un vento di cambiamento che avrà conseguenze forti sugli equilibri geopolitici, sulla pace e la sicurezza. La fine del regime di Ben Ali in Tunisia e il tentativo da parte degli egiziani di emulare i fratelli tunisini cacciando via  Hosni Mubarak possono avere ripercussioni inattese. L’Egitto non è un paese qualsiasi. Il Paese dei Faraoni è la più antica delle grandi Civiltà Umana. E l’Egitto ha una posizione geografica di cerniera: è un paese africano che si congiunge con il Medio Oriente. L’Egitto ha sempre giocato un ruolo decisivo negli equilibri geopolitici mediorientali. E al di là della sua centralità nel Medio Oriente, l’Egitto potrebbe avere un ruolo più importante anche in Africa soprattutto per lo spostamento del baricentro dei rapporti geostrategici sul suolo africano. Il futuro della contesa tra Occidente e  Oriente si giocherà sul suolo africano. Dunque l’Egitto è un paese strategico. La caduta – auspicabile di Mubarak-  rischia però di avere effetti destabilizzanti se non si riesce a gestire il cambiamento. Infatti, dagli esiti della crisi egiziana dipenderà il futuro della geopolitica mondiale. Certo l’eventuale caduta di Mubarak comporta il rischio per Israele di perdere un alleato fedele. Ma tenere ancora Mubarak può essere a medio termine il più grande regalo che si potrebbe fare ai fratelli musulmani in quanto si potrebbe replicare un nuovo “Effetto Hamas” in Egitto. Forse per questa ragione bisogna aiutare Mubarak ad andarsene e affidare la transizione ad una persona di garanzia come El Baradei che potrebbe riassestare la situazione e fare alcune riforme sociali. Questione di equilibrio!

Written by Aly Baba Faye

28 gennaio 2011 at 18:54

Wikileaks as We kill X

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 “We kill X”. Così mi piace declinare l’operazione di scopercchiamento della pentola di verità diplomatiche lanciata da Wikileaks e ribattezzata Cablegate . “We Kill X” sarebbe da tradurre “abbattiamo l’indifferenza” anche in rapporto all’attivismo degli “hackers” sostenitori dell’operazione. In ogni caso nell’equazione verità che ci offre Wikileaks, X è la grande incognita che il giornalista austrialiano vuole rendere noto al mondo. Detto altrimenti “We kill X” è la volontà di abbattere il muro di segretezza che impedisce di conoscere le realtà occulte della gestione del potere. Anche John F. Kennedy ci provò  contro il governo occulto. L’operazione che si prefigura come l’apertura del Vaso di Pandora delle relazioni internazionali, sta faccendo impazzire le cancellerie di tutto il mondo. Il protagonista di questa saga della narrazione contempranea Julian Assange è diventato il nemico pubblico numero uno. Ha scansato persino Osama Bin Laden dal vertice della classifica delle persona non grata.  Ma dietro la vicenda di Wikileaks e prescindendo dall’epilogo che avrà – sperando che “non ammazziamo nessuno” – c’è da riflettere sul tema di fondo cioè la natura del potere. A mio avviso il merito di Assange sta nell’aver riaperto un dibattito mai sopito sull’equilibrio tra trasparenza e segreto di Stato. Nel pensiero convenzionale la democrazia dovrebbe alimentare ed essere alimentata di principi di libertà, verità e trasparenza. E Cablegate mette proprio a nudo il venire meno di questi principi  fondanti della democrazia intesa come procedura prima ancora che come sistema. Fino a che punto  il segreto di Stato resta compatibile con la libertà e la trasparenza? Può l’etica pubblica fondarsi esclusivamente sulla Ragion di Stato anche come monopolio della violenza organizzata? Possono i cittadini non sapere ciò che fa lo Stato di cui sono membri? Per ora l’opinione pubblica è divisa tra chi ritiene che il segreto di Stato sia strumentale al funzionamento stesso della democrazia e chi invece trae dall’affaire “cablegate” la convinzione che in fondo la democrazia non sia come ce l’hanno sempre voluta vendere cioè il “potere esercitato dal popolo per il popolo”. E tra il pensiero degli uni e quello degli altri resta sempre valida la considerazione secondo la quale la “democrazia vera è affare di anime perfette”. Questione di miraggio!

Obama: Cambierà il vento?

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Il 4 novembre 2008 si registrava un fatto storico. Il popolo americano aveva sorpreso positivamente  il mondo portando Barack Hussein Obama alla Casa Bianca. Il ragazzo gracile con il nome strano ce l’aveva fatto e  aveva suscitato tanta speranza nel mondo.  Speranza e cambiamento erano le parole della  rivoluzione obamiana.  Le parole d’ordine di “Hope and change” gli hanno valso anche il premio Nobel per la Pace 2009. Sembrava che la storia dovesse prendere un nuovo corso. Sembrava che  era finalmente arrivato il tempo di un mondo nuovo pacificato dove la Promessa Americana diventava la cifra di una nuova civiltà umana globalizzata. Da Chicago a Nairobi passando per Giakarta e ovunque nel mondo la speranza brillava di luce diversa (come ho detto qui). Insomma Hope was shining” come si direbbe da quelle parti! Ma due anni dopo, sembra che le speranze si siano già dissipate e che la “normalità” di sempre abbia sovvrastata la rivoluzione.  Almeno sembra questa la causa che spiega la sconfitta dei “democrats” nelle elezioni di “mid-term”. Una sconfitta che non può non essere ritenuta come giudizio sull’amministrazione Obama. Lo stesso presidente americano ha detto che si assume la responsabilità della scconfitta. I suoi si giustificano dicendo che il suo operato non è stato comunicato bene. Tant’è! Resta il fatto che molti americani che avevano votato per Obama ,con tanto entusiasmo due anni fa, ora sono delusi. Al di là di coloro che si aspettavano virtù messianiche, di certo tra i delusi ci sono molti tra pacifisti e ambientalisti che si sentono traditi per le promesse mancate. E molti americani della “middle class” non hanno visto alcun miglioramento nelle loro condizioni di vita. Dunque, in attesa del “change” si può immaginare che per i molti il sogno sia svanito.  Questione di aspettative!

Written by Aly Baba Faye

4 novembre 2010 at 20:32