L'Appunto di Aly Baba Faye

Posts Tagged ‘Primavera araba

Democrazia Islamica!

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Il vento di democrazia che aveva soffiato durante la Primavera Araba aveva spazzato via molti regimi nel Maghreb. Il mondo libero e i democratici di tutto il mondo avevano applaudito con molto entusiasmo il processo di democratizzazione e il vento di libertà nei paesi arabi a lungo soggiogati dalla mano dura di dittatori senza scrupoli. Ma l’Autunno Arabo presentava molte incognite come avevo scritto nel post precedente. Infatti, gli esiti delle prime elezioni organizzate libere nel Maghreb e specificamente in Tunisia, Marocco e Egitto hanno delineato una nuova geografia politica. C’è un dato che accomuna questi tre appuntamenti elettorali: l’ascesa di partiti di ispirazione islamica. Niente di nuovo se consideriamo il fatto che partiti di ispirazione religiosa esistono da sempre in quasi tutte le democrazie occidentali come dimostra la folta schiera partiti cristiani nei popolari europei. Nonostante ciò, c’è una preoccupazione da parte di molti opinionisti del mondo occidentale. Una preoccupazione che deriva dalla paura dell’islam indotta dalla propaganda post-Undici Settembre. Nell’era Post-Guerra Fredda, l’Islam è stato additato come nemico principale dell’Occidente e/o comunque un ostacolo alla massificazione propedeutica alla globalizzazione dei consumi. Ed è questo tipo di logica che ha portato alla sua rappresentazione come simbolo d’integralismo religioso o addirittura di terrorismo. Fatto sta che il partito islamista tunisino Ennahda, duramente represso sotto il vecchio regime, e legalizzato dopo la rivoluzione, ha fatto il suo ingresso sulla scena politica attraverso la grande porta e con i suoi 41,47% di voti certamente inciderà sulla gestione del paese e il suo futuro. Anche in Marocco ha vinto il partito islamista “Giustizia e Sviluppo” e il suo segretario sarà il nuovo primo ministro. Infine, anche le elezioni in Egitto hanno premiato partiti di ispirazione islamica come i Fratelli Musulmani, il partito salafista Al Nour e il partito dei Musulmani moderati Wassat che insieme hanno totalizzato ben 65,25 % dei voti. Dunque, a prescindere dal giudizio che si ha dell’islam e di come questi partiti governeranno i loro paesi, resta il fatto che la nuova geografia politica sia il prodotto della volontà popolare in quei paesi. Questione di Democrazia!

Le incognite dell’Autunno Arabo

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Dunque il Vento di libertà che ha soffiato in questi mesi nei paesi della sponda sud del Mediterraneo ha prodotto un vortice politico. Dal senso di smarrimento nella Libia post-Ghedafi alle elezioni politiche del 23 ottobre in Tunisia, dalla vertenza civile e democratica contro il governo militare in Egitto alle elezioni legislative in Marocco, il subbuglio della Primavera araba sta avendo sbocchi politici molto diversi. In questa giornata autunnale sono l’Egitto e il Marocco che stanno occupando il centro dell’attenzione dell’opinione pubblica. In Egitto decine di migliaia di cittadini si sono radunati a Piazza Tahrir per chiedere la fine del Consiglio militare. Quella di oggi nell’intendimento degli manifestanti doveva essere la giornata più importante di una settimana di proteste in cui hanno perso la vita 41 persone. Il potere militare che, lo scorso 11 febbraio, prendendo al balzo la rivolta di Piazza contro Hosni Moubarack costringendolo alle dimissioni, è accusato dai manifestanti di protrarre oltremisura i tempi della transizione del governo di emergenza nazionale. Ed è per questo motivo che attivisti hanno deciso di portare in piazza un milione di persone in quello che hanno definito “Friday of the last chance“. Vedremo il prosieguo di questa vertenza politica. Comunque la giornata di oggi registra un altro fatto di rilievo nell’andamento della Primavera Araba che sono le elezioni politiche in Marocco. Finora l’unico paese superstite dei sommovimenti democratici è il Marocco. Certo il Re Mohamed VI non è classificabile nell’elenco dei “dittatori di lungo corso”. E nonostante il discredito popolare che grava sulla classe politica, il giovane Monarca, che ha ispirato riforme importanti, resta un punto di riferimento importante. A marzo ha saputo anticipare gli eventi incalzanti promuovendo una nuova Costituzione grazie alla quale il Parlamento avrà poteri più forti e potrà avere un ruolo politico più stringente. Va altresì ricordato che il paese ha conosciuto una crescita economica costante a ritmo del 5%. Una performance non certamente esaltante ma non da buttare via. Ora il popolo marocchino è chiamato a votare democraticamente per scegliere i propri rappresentanti. E le preoccupazioni dei media occidentali sono tutte volte ad una deriva islamista. Ma il Marocco è stato da sempre un paese aperto e laico. In attesa di vedere quale sarà l’esito del voto, le previsioni fanno presagire una vittoria di “Giustizia e Sviluppo” partito di ispirazione islamica guidato da Abdallah Benkirane e considerato moderato. A farne le spese saranno il partito nazionalista (Istiglal) del premier Abbas El Fassi ma anche la formazione liberale Assemblea Nazionale degli Indipendenti del ministro delle Finanze, Salaheddine Mezouar. Si teme un forte astensionismo soprattutto in seguito all’invito al boicottaggio da parte dagli islamisti radicali e  del Movimento 20 Febbraio dei giovani di sinistra. Insomma, quale che sarà l’esito del voto il Marocco potrà sempre contare sul ruolo di stabilizzatore del giovane Mohamed VI e la sua spinta riformista. Questione di modernità!

Written by Aly Baba Faye

25 novembre 2011 at 17:26

La fine del Colonnello Beduino!

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I media internazionali hanno dato la notizia della morte d Gheddaf. Secondo quanto viene detto il raìs è caduto in seguito ad un combattimento a Sirte. Il CNT (comitato nazionale di transizione) ha dato conferma della notizia. E per ragioni di sicurezza hanno deciso che la salma del raìs debba essere in un luogo sicuro. Dunque, al netto della tragicità del modo in cui avviene, la caduta dei “dei” continua dopo la primaversa dei popoli. In ogni caso Gheddafi è stato uno dei protagonisti della scena politica mondiale. Negli ultimi 40 anni è stato una personalità centrale della politica africana del periodo post-indipendenza. Gheddafi ha avuto, nel bene e nel male, un ruolo fondamentale ed è stato certamento un protagonista importante. Oggi però l’epilogo della sua vicenda umana e politica non è dei migliori. Diciamolo pure il colonnello ha fatto una brutta fine. Una fine che ricorda quella di un altro leader arabo, Saddam Hussein. Infatti, il parallelismo tra i due è presto fatto. Oltre la loro fine tragica, i due raìs hanno molte cose in comune. Volontà di potenza e personalità eccentrica sono tratti caratteristici della loro leadership. Una leadership forte fino ad assumere connotato di una dittatura. Ma non è giusto fare l’amalgama tra questi due leaders. Di fatto il giudizio su Gheddafi dovrebbe essere più mitigato proprio in virtù della sua politica nel continente africano. Una politica rispetto al quale i giudizi e le opinioni sono divergenti. Basta pensare al fatto che l’Unione Africana e molti singoli leaders di paesi dell’Africa non l’hanno voluto mollare e alcuni dirigenti africani si sono persino schierati contro la Nato. Anche a livello di opinione pubblica Gheddafi viene considerati da molti come un vero panafricanista e persino un simbolo della resistenza e della dignità dei popoli d’Africa. Il suo sostegno ai movimenti di liberazione è noto. Poi ultimamente ci sono coloro che lo accusano di essere in realtà colui che si è candidato a fare per l’Italia il lavoro sporco contro i migranti subsahariani. E non glielo perdonano. Insomma tra ammiratori e detratori ciascuno può trarre il proprio bilancio sul ruolo del Capo Beduino. Quel che è certo è che sarà difficile fare un bilancio del suo operato in ragione del fatto che quando si parla del Colonnello sono le ragioni del cuore a parlare. “Diavolo” per gli uni e “Eroe” per gli altri, una polarizzazione di giudizi che si addice a personalità ambigue come quella del leader libico capace di crudeltà estrema ma anche di grande generosità. E questa sua doppiezza pesa sul bilancio della sua vicenda umana e politica. Questione di personalità!

Written by Aly Baba Faye

20 ottobre 2011 at 14:42

Lampedusa e il gioco leghista

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Gheddafi affermò che Bossi una volta gli aveva sollecitato un sostegno politico e finanziario per realizzare la secessione. Ma Umberto nega di aver mai avuto rapporti con il raìs libico. La parola dell’uno contro la parola dell’altro e chi dice la verità non lo sappiamo. Comunque, al di là di questo scambio a distanza tra il capo beduino e il capo padano, resta il fatto che la guerra in Libia abbia consentito alla Lega di ritagliarsi un certo ruolo politico nel contesto nazionale che non va affatto sottovalutato. Qui non è questione della posizione della Lega la quale, si sa, ha espresso il suo scetticismo rispetto alla guerra degli alleati contro Gheddafi. E sappiamo pure che quella posizione non è riconducibile al pacifismo bensì a tatticismi e calcoli politici in ambito italiano. Dunque Bossi dalla parte di Gheddafi o comunque contro la guerra ed è inevitabile il parallelismo con il sostegno dato a suo tempo a Milosevic.

Si noti altresì che, in questa guerra libica il ruolo recitato dal governo italiano di cui fa parte anche la Lega assomiglia più a quello di un buffone ubriaco che non riesce a salire sul palco e si esercita in capriole sul parterre. Infatti, il governo italiano sta combattendo una sua guerra specifica: la guerra contro i profughi. E come ogni guerra che si rispetta la si vince prima sul terreno della propaganda prima ancora che sul campo. È per questo che da mesi il governo italiano, in una logica di “emergenza preventiva”, lancia l’allarme di migrazioni bibliche che “potrebbero” portare 300mila profughi in Italia. Ed è proprio in questa ottica che ha chiesto l’aiuto dell’Europa con le polemiche che ne sono conseguite. Ebbene ora Lampedusa serve come pretesto per dare un volto al loro allarmismo. Di fatto, gli sbarchi a Lampedusa – circa 20mila persone che, detto per inciso, non sono numeri sufficienti a riempire uno stadio comunale – improvvisamente sono diventati la cifra dell’emergenza politica italiana e il vulnus che rischia di far scomparire il bel paese a soli 150 anni della sua nascita.

Si rammenta che uno degli esponenti di spicco della Lega, Roberto Maroni è titolare del Viminale e si trova a dover gestire il flusso di profughi dal Nord Africa. Non c’è ancora un piano di decongestione dell’isola e si è voluto lasciare che la situazione diventasse emergenziale con la disperazione dei lampedusani in preda alla paura e allo sconforto. Mentre il governo e la Lega si adoperano nella loro comunicazione di guerra. Il lassismo del governo è disarmante in quanto non riesce a gestire un flusso di meno di 20mila persone laddove la Grecia ne ha avute più di 50mila e i paesi del nord Africa hanno assorbito diverse centinaia di migliaia di profughi. L’inerzia di Maroni desta qualche sospetto: che non si tratti solo di incapacità; e fa pensare a un disegno tattico della Lega che vorrebbe giocarsi una partita tutta politico elettorale. Prima l’allarme per alimentare la paura, poi lascia crescere il disagio e la rabbia delle popolazioni di Lampedusa per ricavare consensi che gli consentono di procedere a deportazioni e infine poter dire alla fine che sono loro quelli della tolleranza zero, sono loro che affrontano i problemi degli italiani. È questa una vecchia tattica che funziona quasi sempre soprattutto se i media reggono il gioco.

Dunque il centrosinistra non deve sottovalutare il gioco perverso della Lega e non deve sbagliare comunicazione, né sul piano della tempistica né su quello dei contenuti. Ora c’è una sfida molto delicata da affrontare e che attiene soprattutto alla sfera della comunicazione politica per evitare di subire una sconfitta prima nella società che nelle urne. Infatti, a mio parere «Lampedusa può ben valere una vittoria elettorale» e lo sa persino la signora Martine Le Pen (figlia d’arte) che ha fatto il suo pellegrinaggio nell’isola per ricavarne qualche bonus elettorale alle prossime presidenziali francesi. Serve un piano politico straordinario del centrosinistra per raccogliere la sfida lanciata dalla Lega. Una sfida che il centrosinistra può vincere se non resta prigioniero delle proprie paure e delle proprie incertezze.

http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/125667/lampedusa_e_i_giochi_leghisti

Written by Aly Baba Faye

3 aprile 2011 at 19:49

La guerra Libica: pace o libertà?

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Dunque alcuni paesi sono entrati nella guerra libica in base alla risoluzione ONU per fermare i massacri di Gheddafi. Ma la scelta caldeggiata da Sarkozy, Cameron e Obama è una scelta che divide l’opinione pubblica e mette in difficoltà il campo dei pacifisti e in generale del centrosinistra italiano. Si è scatenato un dibattito difficile  tra opposte fazioni che a volte sfiora il grattesco quando degenera in accuse reciproche. Sembra che coloro che non volevano l’azione militare (i pacifisti) siano complici di Gheddafi e dei suoi massacri e  viceversa coloro che sostenevano l’opportunità di un intervento in una guerra in corso per fermare i massacri a Bengasi siano guerrafondai. In ogni caso, sembra che si è di fronte ad un’alternativa secca: contro la guerra  senza se e senza ma oppure per i diritti umani e la libertà ad ogni costo. Un modo sbagliato di affrontare un dibattito difficile e spesso vissuto dai più con una lacerazione interiore e molti dubbi sulla cosa giusta da fare. Personalmente ho esperimentato questo disagio quando mi sono trovato a dovere applaudire alla decisione di rispondere alla richiesta di un intervento della comunità internazionale. Dunque non solo applaudire la “Primavera Araba” ma non lasciarli soli nel momento del bisogno. Mi ha confortato le parole di alcuni pacifisti, come il libico Farid Adly, uno che crede fino in fondo alla pace e alla non-violenza e che si è sempre battuto per i diritti umani ma che ha sostenuto l’opportunità di un intervento per fermare la macelleria civile del clan dei Gheddafi a Bengasi e per garantire libertà e rispetto dei diritti umani. Lasciando da parte tutti i discorsi sulla petrodiplomazia e sulle incoerenze del diritto internazionale in rapporto al tema dell’ingerenza umanitaria resta il fatto che sulla guerra in Libia  è stata difficile avere una posizione. Anche perché una guerra si sa quando la si inizia e non quando la si finisce e con quali costi umani e quale tributo di sangue. Così come non si sa cosa succederebbe se si lasciasse Gheddafi e Saif El Islam fare le loro inquisizioni casa per casa per una spedizione punitiva contro i nemici del regime. Ci ricordiamo dei troppi genocidi consumati nel totale silenzio della comunità internazionale come in Ruanda, Srebrenica, Darfur. Ma anche i troppi disastri degli interventismi  motivati come dovere di ingerenza umanitaria come in Somalia o per evitare armi di distruzione di massa come in Irak. Dunque serve umiltà nell’ascoltare le posizioni degli uni e degli altri. Non credo che chi è contro la guerra  nutra complicità per i genocidi e lo dimostra un pacifista che più di chiunque ha dedicato la propria vita ai diritti umani come Gino Strada, il mio candidato premio nobel per la Pace come ho scritto in questo blog e per il quale ho promosso un apposito gruppo su facebook. Così come non credo che chi ha sostenuto l’opportunità di fermare Gheddafi con un intervento sia un guerrafondaio complice di Sarkozy come dimostra appunto la posizione di un altro pacifista e militante dei diritti umani come Farid Adly. Perciò ritengo che non servono insulti reciproci e chi si esprime un’opinione magari con tanti dubbi merita rispetto e comprensione. Perché mai come in questa situazione si può dire che c’è un pezzo di verità per ogni posizione espressa. Pace e libertà non possono essere oggetti di un barattro così come tra “pacifisti” e “libertari” non dovrebbe esserci iuna guerra ideologica ma  rispetto nella reciprocità. Questione di equilibrio!

Written by Aly Baba Faye

20 marzo 2011 at 19:36

Libia: ora sarà guerra!

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Il dato nuovo nella cosiddetta Primavera Araba è la natura del coinvolgimento della comunità internazionale. Dalla tifoseria alla discesa in campo. Grazie alla spinta di Sarkozy e Cameron, ma anche dalla Lega araba, l’Onu ha votato ieri una risoluzione che stabilisce una no-fly zone sul territorio libico. Non un pattugliamento ma un intervento militare per salvare le popolazioni. Lo scenario che si prefigura è ovviamente quello di una guerra  anche se viene giustificata come doverosa ingerenza umanitaria. Dunque in attesa della destituzione del Colonnello, ci sarebbe da riflettere sul futuro della Libia. Infatti, al di là dell”incertezza sui costi umani e sui tempi della guerra, resta nel sottofondo una domanda: che ne sarà della Libia dopo la caduta del Capo Beduino? Che piano ha l’Onu o il comitato nella gestione del dopo-gheddafi? L’idea di andare in guerra è sempre una decisione pesante ma andarci senza avere idea di cosa fare dopo fa accapponare la pelle. La legittimità internazionale da sola non basta. La risoluzione 1970 autorizza solo la guerra e non prevede nulla sul dopo. E da questo punto di vista alleggia ancora nell’aria qualche fantasma. Servirebbe anche un piano politico del dopo-guerra. A maggior ragione nel caso della Libia che è uno Stato con un’organizzazione particolare. Infatti, dall’antichità fino all’occupazione italiana  negli anni ’30 si distingueva 3 provincie in Libia. La Tripolitana ad Ovest caratterizzata da una rete di agglomerati antiche dove le  popolazioni sono simili ai tunisini; la Cirenaica ad Est dove le popolazioni è più simile ai egiziani e il Fezzan al Sud della Tripolitana che è l’area confinante con il deserto. Dall’indipendenza questa delimitazione è stata ridisegnata  parecchie volte. E comunque né gli sconvolgimenti sociali provocati dal petrolio né il socialismo Gheddafiano, hanno sopito le molte “sfaldature” tra la Tripolitana e la Cirenaica. Si rammenta che la Libia di Gheddafi è organizzata su principio di autonomia locale prima con una architettura amministrativa  articolata in regioni (muhafazat) poi successivamente in province (baladiyat) e dal 1995 in distretti (Shabiyat). L’ultimo ridisegno nel 2007 individua 22 distretti amministrativi. Poi vi sono i congressi popolari che sono assemblee elettive per designare i rappresentanti del popolo. E’  in questo contesto che occorre immaginare gli effetti di una guerra che rischia di tradurre il dopo-Gheddafi in una implosione del paese. Insomma, un processo di somalizzazione che consegnerebbe la Libia a nuovi signori della guerra e/o a potentati tribali incapaci di garantire stabilità e coesione non è il massimo. Per questo, pur essendo auspicabile un intervento per fermare i massacri, occorrerà altresì avere un piano politico-istituzionale. La mia idea è una soluzione di tipo confederale tra le tre regioni storiche -modello svizzero- da costruire in un percorso costituente usando le assemblee elettive già esperimentate in loco. Se così non dovesse essere allora sarebbe davvero un peccato trovarsi di fronte ad un’altra Somalia o un altro Irak. Davvero questa volta bisogna evitare di scatenare una guerra e poi andarsene lasciando solo macerie. Questione di responsabilità!

Written by Aly Baba Faye

18 marzo 2011 at 21:28

Lo spauracchio dell’islamismo

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NB: Il seguente articolo è stato pubblicato qui su“Europa Quotidiano” del 2 marzo 2011

L’onda di proteste popolari che sta scuotendo i paesi arabi sollecita una riflessione attenta sulla dimensione islamica nella cosiddetta “Primavera araba”. A scanso di equivoci va ribadito il fatto che le manifestazioni sono mosse da valori politici e non da istanze religiose. Detto questo, c’è anche da rilevare il fatto che, fin dall’inizio degli avvenimenti, l’Islam è stato tirato in ballo da politici, editorialisti e commentari “occidentalisti” ma anche dagli stessi luogotenenti dei regimi chiamati in causa. Tuttavia, i loro cenni sono stati spesso all’insegna della volontà di agitare lo spauracchio di una deriva integralista dei movimenti sociali. E ancora sono in molti gli opinionisti che colgono ogni occasione per evocare, spesso con intento minaccioso, i precedenti che ho chiamato Sindrome di Hamas e la Controrivoluzione degli Ayatollah. E dunque mentre il fantasma dell’islamismo alleggia nei pensieri e alimenta argomentazioni, qualcuno ha persino pensato bene di usarlo a favore dei dittatori. Così qualche esponente del governo ha pensato di veicolare la tesi del male minore sostenendo addirittura l’idea di affidabilità delle dittature. Come dire «attenti a non saltare dalla padella alla brace» perché in agguato c’è il rischio micidiale per tutti: l’integralismo. Il medesimo argomento è stato usato dai dittatori per dissuadere i manifestanti e per smussare l’ardore e la temerarietà delle piazze. Infatti Ben Ali, Mubarak e poi Gheddafi hanno denunciato Al Qaeda come manovratore delle piazze per accaparrarsi il potere politico e costituire nuovi Emirati islamisti al posto degli attuali Stati laici. Ma purtroppo per loro questi sono argomenti considerati armi di distrazione di massa a cui il mondo arabo-musulmano non dà alcun credito se non sono barzellette raccontate nei suk delle metropoli arabe.

Ma al di là della propaganda, i temi della libertà e della giustizia sollevati dalla rivoluzione dei Gelsomini vanno valutate attentamente. In questa ottica, ritengo che le risposte alle sollecitazioni di piazza non si esauriranno con l’arrivo di un ceto politico che avvii percorsi di democratizzazione e qualche riforma sociale. Certo tutto questo già sarebbe una bella conquista politica delle piazze ma non basterebbe per parlare di rivoluzione. Una rivoluzione è qualcosa di più incisivo di un pur importante ma passeggero vento di novità. Quel che voglio dire è che per dare risposte all’altezza delle domande di libertà delle piazze la caduta dei tiranni è necessaria ma non sufficiente. Di fatto le vertenze per la libertà non riguardano solo un problema di gestione del potere politico ma interroga la cultura islamica e l’antropologia dei popoli musulmani. Insomma, il vento di libertà che si è alzato dalle piazze non sarà capitalizzato al meglio se, parallelamente alla lotta per rovesciare le dittature politiche, non ci si adoperi per cambiare la costituzione sostanziale di quelle società. Dunque, la verità ultima sugli eventi rischia di affievolirsi e di smarrire nell’arco di una stagione di lotta se non si coglie queste occasioni per avviare una riflessione profonda sul ruolo dell’Islam nelle società contemporanee.

In ogni caso, all’osservatore attento non dovrebbero sfuggire alcuni dati fondamentali relativi ai contesti sociali nei quali sono maturate i movimenti sociali di cui ci occupiamo. Il primo dato, di carattere economico-sociale, riguarda il fatto che quasi tutti i paesi toccati dai sommovimenti sono paesi ricchi di risorse (petrolio e gas) ma dove la povertà è oggi un fenomeno di massa. Insomma, paesi ricchi con maggioranze di povere e perciò esposti a forti disuguaglianze e ingiustizie sociali. In sintesi basta rilevare il fatto le masse popolari non traggono alcun beneficio sulle provvidenze dei giacimenti petroliferi e di gas. E poi ancora il fatto che i miliardi dei tanti sceicchi arabi non aiutano a prosciugare la povertà nonostante la pratica della Zakat ovvero l’elemosina rituale stabilita nella misura del 25 per mille dei guadagni annui di ciascun musulmano. Stiamo parlando di somme colossali la cui gestione sfugge ai più. La Zakat è uno dei 5 pilastri dell’Islam ma nelle società islamica non ha ancora assolto alla sua funzione principale cioè essere un meccanismo redistributivo e assistenziale efficace per ridurre la povertà. Il secondo dato, di natura socio-culturale, riguarda l’uomo musulmano nella sua dimensione ontologica esistenziale. È questa una questione decisiva per capire i ritardi e le omissioni delle comunità musulmane. In questa ottica, per dare risposte serie e durature alle richieste di libertà servirebbe una vera rivoluzione culturale che contempli un cambio di mentalità e alimenti una nuova vitalità sociale.

In sostanza la questione antropologica e culturale qui richiamata si esplicita in una difficoltà cronica dei popoli musulmani a tematizzare in maniera chiara la problematica della libertà. La ragione di tale difficoltà sta nel fatto che le mentalità spesso sono chiuse all’interno di una cultura in preda alle catene del fatalismo e dell’alienazione. Spesso l’essere musulmano cioè «sottomesso alla volontà di Dio» viene interpretato in modo tale che diventi un freno inibitore per la liberazione e l’emancipazione sociale. E dunque la liberazione dell’uomo musulmano non può non significare uno sforzo consapevole per disfarsi dalla schizofrenia esistenziale che lo mette in situazione di lacerazione interiore tra due polarità: la gestione della vita terrena e la conquista del paradiso celeste. Per uscire da questa gabbia ontologica l’uomo musulmano non può non rivisitare la declinazione sociale dell’idea di sottomissione alla volontà di Dio. Forse, a questo punto sarebbe auspicabile nell’ambito dell’Islam una nuova teologia della liberazione che apra un percorso verso la costruzione di una società civile islamica libera, aperta e solidale.

Aly Baba Faye