L'Appunto di Aly Baba Faye

Posts Tagged ‘Islam

Ihsan: un Think Tank di musulmani in Italia

Domani 11 Aprile a Roma presso la sede della Stampa Estera, nascerà Ihsan, il primo Think Tank di musulmani in Italia. Lo strumento scelto, oltre ad essere inedito nel panorama della società civile islamica italiana, è emblematico. non ha pretese di rappresentatività ma vuole essere una piattaforma laica di discussione, di elaborazione e di proposte della società civile. Intellettuali, attivisti e professionisti di varia provenienza hanno elaborato un Manifesto con il quale si vuol affermare, senza ambiguità una visione laica e tollerante dell’Islam. I musulmani italiani non ci stanno a rimanere passivi di fronte alla doppia insidia dell’islamofobia che li demonizza e la violenza di chi usa la religione per promuovere attività terroristiche. Per uscire da questa morsa stretta, la società civile intende mobilitare le energie per una convivenza pacifica nella sicurezza. costruire un capitale sociale attraverso una cittadinanza attiva che ha chiaro il dovere di lealtà repubblicana e di participazione attiva alla costruzione di condizioni di sicurezza. Dunque la cultura e la conoscenza sono le leve di cui si dispone per dare un contributo efficace all’affermazione dei valori di non-violenza e di fratellanza. Questione di cittadinanza

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Written by Aly Baba Faye

10 aprile 2017 at 13:32

Le incognite dell’Autunno Arabo

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Dunque il Vento di libertà che ha soffiato in questi mesi nei paesi della sponda sud del Mediterraneo ha prodotto un vortice politico. Dal senso di smarrimento nella Libia post-Ghedafi alle elezioni politiche del 23 ottobre in Tunisia, dalla vertenza civile e democratica contro il governo militare in Egitto alle elezioni legislative in Marocco, il subbuglio della Primavera araba sta avendo sbocchi politici molto diversi. In questa giornata autunnale sono l’Egitto e il Marocco che stanno occupando il centro dell’attenzione dell’opinione pubblica. In Egitto decine di migliaia di cittadini si sono radunati a Piazza Tahrir per chiedere la fine del Consiglio militare. Quella di oggi nell’intendimento degli manifestanti doveva essere la giornata più importante di una settimana di proteste in cui hanno perso la vita 41 persone. Il potere militare che, lo scorso 11 febbraio, prendendo al balzo la rivolta di Piazza contro Hosni Moubarack costringendolo alle dimissioni, è accusato dai manifestanti di protrarre oltremisura i tempi della transizione del governo di emergenza nazionale. Ed è per questo motivo che attivisti hanno deciso di portare in piazza un milione di persone in quello che hanno definito “Friday of the last chance“. Vedremo il prosieguo di questa vertenza politica. Comunque la giornata di oggi registra un altro fatto di rilievo nell’andamento della Primavera Araba che sono le elezioni politiche in Marocco. Finora l’unico paese superstite dei sommovimenti democratici è il Marocco. Certo il Re Mohamed VI non è classificabile nell’elenco dei “dittatori di lungo corso”. E nonostante il discredito popolare che grava sulla classe politica, il giovane Monarca, che ha ispirato riforme importanti, resta un punto di riferimento importante. A marzo ha saputo anticipare gli eventi incalzanti promuovendo una nuova Costituzione grazie alla quale il Parlamento avrà poteri più forti e potrà avere un ruolo politico più stringente. Va altresì ricordato che il paese ha conosciuto una crescita economica costante a ritmo del 5%. Una performance non certamente esaltante ma non da buttare via. Ora il popolo marocchino è chiamato a votare democraticamente per scegliere i propri rappresentanti. E le preoccupazioni dei media occidentali sono tutte volte ad una deriva islamista. Ma il Marocco è stato da sempre un paese aperto e laico. In attesa di vedere quale sarà l’esito del voto, le previsioni fanno presagire una vittoria di “Giustizia e Sviluppo” partito di ispirazione islamica guidato da Abdallah Benkirane e considerato moderato. A farne le spese saranno il partito nazionalista (Istiglal) del premier Abbas El Fassi ma anche la formazione liberale Assemblea Nazionale degli Indipendenti del ministro delle Finanze, Salaheddine Mezouar. Si teme un forte astensionismo soprattutto in seguito all’invito al boicottaggio da parte dagli islamisti radicali e  del Movimento 20 Febbraio dei giovani di sinistra. Insomma, quale che sarà l’esito del voto il Marocco potrà sempre contare sul ruolo di stabilizzatore del giovane Mohamed VI e la sua spinta riformista. Questione di modernità!

Written by Aly Baba Faye

25 novembre 2011 at 17:26

La fine del Colonnello Beduino!

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I media internazionali hanno dato la notizia della morte d Gheddaf. Secondo quanto viene detto il raìs è caduto in seguito ad un combattimento a Sirte. Il CNT (comitato nazionale di transizione) ha dato conferma della notizia. E per ragioni di sicurezza hanno deciso che la salma del raìs debba essere in un luogo sicuro. Dunque, al netto della tragicità del modo in cui avviene, la caduta dei “dei” continua dopo la primaversa dei popoli. In ogni caso Gheddafi è stato uno dei protagonisti della scena politica mondiale. Negli ultimi 40 anni è stato una personalità centrale della politica africana del periodo post-indipendenza. Gheddafi ha avuto, nel bene e nel male, un ruolo fondamentale ed è stato certamento un protagonista importante. Oggi però l’epilogo della sua vicenda umana e politica non è dei migliori. Diciamolo pure il colonnello ha fatto una brutta fine. Una fine che ricorda quella di un altro leader arabo, Saddam Hussein. Infatti, il parallelismo tra i due è presto fatto. Oltre la loro fine tragica, i due raìs hanno molte cose in comune. Volontà di potenza e personalità eccentrica sono tratti caratteristici della loro leadership. Una leadership forte fino ad assumere connotato di una dittatura. Ma non è giusto fare l’amalgama tra questi due leaders. Di fatto il giudizio su Gheddafi dovrebbe essere più mitigato proprio in virtù della sua politica nel continente africano. Una politica rispetto al quale i giudizi e le opinioni sono divergenti. Basta pensare al fatto che l’Unione Africana e molti singoli leaders di paesi dell’Africa non l’hanno voluto mollare e alcuni dirigenti africani si sono persino schierati contro la Nato. Anche a livello di opinione pubblica Gheddafi viene considerati da molti come un vero panafricanista e persino un simbolo della resistenza e della dignità dei popoli d’Africa. Il suo sostegno ai movimenti di liberazione è noto. Poi ultimamente ci sono coloro che lo accusano di essere in realtà colui che si è candidato a fare per l’Italia il lavoro sporco contro i migranti subsahariani. E non glielo perdonano. Insomma tra ammiratori e detratori ciascuno può trarre il proprio bilancio sul ruolo del Capo Beduino. Quel che è certo è che sarà difficile fare un bilancio del suo operato in ragione del fatto che quando si parla del Colonnello sono le ragioni del cuore a parlare. “Diavolo” per gli uni e “Eroe” per gli altri, una polarizzazione di giudizi che si addice a personalità ambigue come quella del leader libico capace di crudeltà estrema ma anche di grande generosità. E questa sua doppiezza pesa sul bilancio della sua vicenda umana e politica. Questione di personalità!

Written by Aly Baba Faye

20 ottobre 2011 at 14:42

Ballottaggi a Milano: la variabile islamica!

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Dunque il botto registrato nel primo turno delle elezioni a Milano ha stordito il centrodestra, e inferto un duro colpo al Sultano di Arcore ma anche a Umberto il Padano. La performance di Giuliano Pisapia è stato un colpaccio. Milano vacilla. La sua amministrazione per i prossimi anni potrebbe essere affidata al centrosinistra dopo tanto tempo. Una prospettiva allettante per molti, un incubo per altri. La perdita di Milano non può non avere effetti sulla politica nazionale. Anzi potrebbe travolgere la stessa stabilità del governo Berlusconi. Lo sa il Sultano e lo sa anche il capo Padano. Tuttavia, si dice che Letizia Moratti abbia sbagliato campagna elettorale. Ma Lei dice che anche il Sultano di Arcore abbia sbagliato avendo voluto trasformare il voto in un Referendum su di sè. In ogni caso non c’è da attardarsi sui commenti del dopo-voto e sulle interpretazioni di una sconfitta che tale rimane e che potrebbe diventare anche una disfatta. Dunque da qui al ballottaggio, c’è da capire come Pdl e Lega intendono rimediare. Dai primi segnali di avvio della campagna per i ballottaggio sembra che il centrodestra voglia far leva sulla paura. Un ingrediente ever green nella saga della propaganda di destra. E così tra gli argomenti su cui far leva c’è lo spauracchio dell’Islam. E già! Pare che Magdi Allam il Cristiano si sia candidato per diventare assessore all’integrazione in una eventuale giunta Moratti. Si sa Egli è uno specialista dell’anti-islamismo militante. In ogni caso quel che è ipotizzabile è che la variabile islamica potrebbe entrare in gioco e diventare centrale e persino decisiva nella battaglia elettorale. Non sarei sorpreso se prima del voto la stampa ci consegnasse la notizia di un attentato sventato in estremis. Naturalmente i responsabili saranno membri di qualche cellula dormiente legata non soltanto ad Al Qaeda ma alla Moschea di viale Jenner. Tra l’altro sono circa 10 anni che Magdi il Cristiano descrive quella moschea come un covo di terroristi ma finora le sue insinuazioni non hanno avuto riscontro. Comunque una campagna su questo argomento sarebbe il segno della disperazione per il centrodestra. Ma potrebbe produrre risultati secondo alcuni “spin imams“. Un argomento in grado di offrire un arsenale propagandista molto assortito. E giù di lì con i discorsi di gruppi che vogliono vendicare la morte di Bin Laden. E giù di lì con rischi di proliferazioni di moschee a Milano. E giù di lì con le minacce delle radici cristiane di Milano. Tutti discorsi funzionali a mobilitare il popolo del “jihadismo” padano. Insomma, una campagna fatta su questo terreno potrebbe segnare forse l’esito finale. Spero che il centrosinistra sia attrezzato per  controbattere con un argomentario altrettanto efficace il discorso dell’odio e della paura. Confido nello staff di Pisapia e i partiti che lo sostengano. Questione di comunicazione!

Libia: ora sarà guerra!

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Il dato nuovo nella cosiddetta Primavera Araba è la natura del coinvolgimento della comunità internazionale. Dalla tifoseria alla discesa in campo. Grazie alla spinta di Sarkozy e Cameron, ma anche dalla Lega araba, l’Onu ha votato ieri una risoluzione che stabilisce una no-fly zone sul territorio libico. Non un pattugliamento ma un intervento militare per salvare le popolazioni. Lo scenario che si prefigura è ovviamente quello di una guerra  anche se viene giustificata come doverosa ingerenza umanitaria. Dunque in attesa della destituzione del Colonnello, ci sarebbe da riflettere sul futuro della Libia. Infatti, al di là dell”incertezza sui costi umani e sui tempi della guerra, resta nel sottofondo una domanda: che ne sarà della Libia dopo la caduta del Capo Beduino? Che piano ha l’Onu o il comitato nella gestione del dopo-gheddafi? L’idea di andare in guerra è sempre una decisione pesante ma andarci senza avere idea di cosa fare dopo fa accapponare la pelle. La legittimità internazionale da sola non basta. La risoluzione 1970 autorizza solo la guerra e non prevede nulla sul dopo. E da questo punto di vista alleggia ancora nell’aria qualche fantasma. Servirebbe anche un piano politico del dopo-guerra. A maggior ragione nel caso della Libia che è uno Stato con un’organizzazione particolare. Infatti, dall’antichità fino all’occupazione italiana  negli anni ’30 si distingueva 3 provincie in Libia. La Tripolitana ad Ovest caratterizzata da una rete di agglomerati antiche dove le  popolazioni sono simili ai tunisini; la Cirenaica ad Est dove le popolazioni è più simile ai egiziani e il Fezzan al Sud della Tripolitana che è l’area confinante con il deserto. Dall’indipendenza questa delimitazione è stata ridisegnata  parecchie volte. E comunque né gli sconvolgimenti sociali provocati dal petrolio né il socialismo Gheddafiano, hanno sopito le molte “sfaldature” tra la Tripolitana e la Cirenaica. Si rammenta che la Libia di Gheddafi è organizzata su principio di autonomia locale prima con una architettura amministrativa  articolata in regioni (muhafazat) poi successivamente in province (baladiyat) e dal 1995 in distretti (Shabiyat). L’ultimo ridisegno nel 2007 individua 22 distretti amministrativi. Poi vi sono i congressi popolari che sono assemblee elettive per designare i rappresentanti del popolo. E’  in questo contesto che occorre immaginare gli effetti di una guerra che rischia di tradurre il dopo-Gheddafi in una implosione del paese. Insomma, un processo di somalizzazione che consegnerebbe la Libia a nuovi signori della guerra e/o a potentati tribali incapaci di garantire stabilità e coesione non è il massimo. Per questo, pur essendo auspicabile un intervento per fermare i massacri, occorrerà altresì avere un piano politico-istituzionale. La mia idea è una soluzione di tipo confederale tra le tre regioni storiche -modello svizzero- da costruire in un percorso costituente usando le assemblee elettive già esperimentate in loco. Se così non dovesse essere allora sarebbe davvero un peccato trovarsi di fronte ad un’altra Somalia o un altro Irak. Davvero questa volta bisogna evitare di scatenare una guerra e poi andarsene lasciando solo macerie. Questione di responsabilità!

Written by Aly Baba Faye

18 marzo 2011 at 21:28

Lo spauracchio dell’islamismo

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NB: Il seguente articolo è stato pubblicato qui su“Europa Quotidiano” del 2 marzo 2011

L’onda di proteste popolari che sta scuotendo i paesi arabi sollecita una riflessione attenta sulla dimensione islamica nella cosiddetta “Primavera araba”. A scanso di equivoci va ribadito il fatto che le manifestazioni sono mosse da valori politici e non da istanze religiose. Detto questo, c’è anche da rilevare il fatto che, fin dall’inizio degli avvenimenti, l’Islam è stato tirato in ballo da politici, editorialisti e commentari “occidentalisti” ma anche dagli stessi luogotenenti dei regimi chiamati in causa. Tuttavia, i loro cenni sono stati spesso all’insegna della volontà di agitare lo spauracchio di una deriva integralista dei movimenti sociali. E ancora sono in molti gli opinionisti che colgono ogni occasione per evocare, spesso con intento minaccioso, i precedenti che ho chiamato Sindrome di Hamas e la Controrivoluzione degli Ayatollah. E dunque mentre il fantasma dell’islamismo alleggia nei pensieri e alimenta argomentazioni, qualcuno ha persino pensato bene di usarlo a favore dei dittatori. Così qualche esponente del governo ha pensato di veicolare la tesi del male minore sostenendo addirittura l’idea di affidabilità delle dittature. Come dire «attenti a non saltare dalla padella alla brace» perché in agguato c’è il rischio micidiale per tutti: l’integralismo. Il medesimo argomento è stato usato dai dittatori per dissuadere i manifestanti e per smussare l’ardore e la temerarietà delle piazze. Infatti Ben Ali, Mubarak e poi Gheddafi hanno denunciato Al Qaeda come manovratore delle piazze per accaparrarsi il potere politico e costituire nuovi Emirati islamisti al posto degli attuali Stati laici. Ma purtroppo per loro questi sono argomenti considerati armi di distrazione di massa a cui il mondo arabo-musulmano non dà alcun credito se non sono barzellette raccontate nei suk delle metropoli arabe.

Ma al di là della propaganda, i temi della libertà e della giustizia sollevati dalla rivoluzione dei Gelsomini vanno valutate attentamente. In questa ottica, ritengo che le risposte alle sollecitazioni di piazza non si esauriranno con l’arrivo di un ceto politico che avvii percorsi di democratizzazione e qualche riforma sociale. Certo tutto questo già sarebbe una bella conquista politica delle piazze ma non basterebbe per parlare di rivoluzione. Una rivoluzione è qualcosa di più incisivo di un pur importante ma passeggero vento di novità. Quel che voglio dire è che per dare risposte all’altezza delle domande di libertà delle piazze la caduta dei tiranni è necessaria ma non sufficiente. Di fatto le vertenze per la libertà non riguardano solo un problema di gestione del potere politico ma interroga la cultura islamica e l’antropologia dei popoli musulmani. Insomma, il vento di libertà che si è alzato dalle piazze non sarà capitalizzato al meglio se, parallelamente alla lotta per rovesciare le dittature politiche, non ci si adoperi per cambiare la costituzione sostanziale di quelle società. Dunque, la verità ultima sugli eventi rischia di affievolirsi e di smarrire nell’arco di una stagione di lotta se non si coglie queste occasioni per avviare una riflessione profonda sul ruolo dell’Islam nelle società contemporanee.

In ogni caso, all’osservatore attento non dovrebbero sfuggire alcuni dati fondamentali relativi ai contesti sociali nei quali sono maturate i movimenti sociali di cui ci occupiamo. Il primo dato, di carattere economico-sociale, riguarda il fatto che quasi tutti i paesi toccati dai sommovimenti sono paesi ricchi di risorse (petrolio e gas) ma dove la povertà è oggi un fenomeno di massa. Insomma, paesi ricchi con maggioranze di povere e perciò esposti a forti disuguaglianze e ingiustizie sociali. In sintesi basta rilevare il fatto le masse popolari non traggono alcun beneficio sulle provvidenze dei giacimenti petroliferi e di gas. E poi ancora il fatto che i miliardi dei tanti sceicchi arabi non aiutano a prosciugare la povertà nonostante la pratica della Zakat ovvero l’elemosina rituale stabilita nella misura del 25 per mille dei guadagni annui di ciascun musulmano. Stiamo parlando di somme colossali la cui gestione sfugge ai più. La Zakat è uno dei 5 pilastri dell’Islam ma nelle società islamica non ha ancora assolto alla sua funzione principale cioè essere un meccanismo redistributivo e assistenziale efficace per ridurre la povertà. Il secondo dato, di natura socio-culturale, riguarda l’uomo musulmano nella sua dimensione ontologica esistenziale. È questa una questione decisiva per capire i ritardi e le omissioni delle comunità musulmane. In questa ottica, per dare risposte serie e durature alle richieste di libertà servirebbe una vera rivoluzione culturale che contempli un cambio di mentalità e alimenti una nuova vitalità sociale.

In sostanza la questione antropologica e culturale qui richiamata si esplicita in una difficoltà cronica dei popoli musulmani a tematizzare in maniera chiara la problematica della libertà. La ragione di tale difficoltà sta nel fatto che le mentalità spesso sono chiuse all’interno di una cultura in preda alle catene del fatalismo e dell’alienazione. Spesso l’essere musulmano cioè «sottomesso alla volontà di Dio» viene interpretato in modo tale che diventi un freno inibitore per la liberazione e l’emancipazione sociale. E dunque la liberazione dell’uomo musulmano non può non significare uno sforzo consapevole per disfarsi dalla schizofrenia esistenziale che lo mette in situazione di lacerazione interiore tra due polarità: la gestione della vita terrena e la conquista del paradiso celeste. Per uscire da questa gabbia ontologica l’uomo musulmano non può non rivisitare la declinazione sociale dell’idea di sottomissione alla volontà di Dio. Forse, a questo punto sarebbe auspicabile nell’ambito dell’Islam una nuova teologia della liberazione che apra un percorso verso la costruzione di una società civile islamica libera, aperta e solidale.

Aly Baba Faye

Frattini e la politica estere(fatta)!

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 Mentre l’area del Mediterraneo è attraversato da eventi politici di portata storica, l’Italia si distingue per inadeguatezza del suo governo. Nonostante la sua posizione strategica, nel cuore del Mediterraneo, l’Italia dimostra di non disporre di una politica estera degna di questo nome. Invece di un forte protagonismo politico,  invece di un ruolo attivo per posizionarsi come paese leader in una delle aree geopolitiche più importanti, spicca in questa frangente il cinsimo e la mediocrità del governo italiano. Questo dato si è reso più evidente nel caso libico, paese con il quale l’Italia ha dei rapporti particolari. Il governo per bocca di due suoi due ministri, quello dell’Interno e quello degli Esteri, guarda alle vicende arabe solo in termini di rischio di nuovi sbarchi di clandestini e di eventuali perdità di qualche commesse per le imprese italiane. Di diplomazia politica non c’è traccia che non siano le amicizie personali (politiche) del capo del governo. Frequentazioni imbarazzanti con leaders autoritari come Putin e appunto Gheddafi. Per quest’ultimo poi il governo ha persino calato le mutande consentendo al Capo beduino di allestire la sua tenda beduina nel cuore della Città Eterna. Un vero ed improprio atto di prostituzione diplomatica in puro stile  bunga bunga. Uno sfregio alla dignità delle donne e  un’umiliziazione dei cittadini italiani. Insomma, all’amico Gheddafi è consentito di tutto e di più. Un pò per codardia e un pò per riconoscenza. Infatti, a lui l’italia ha affidato un compito gravoso: quello di compiere un genocidio di poveri migranti in barba alle convenzioni internazionali e al rispetto dei diritti umani. Povera Italia in che mani sei finita? Come sei caduta in basso! In questi giorni  la marginalizzazione del’Italia è imbarazzante sia per le vicende interne che esterne. Ne sono una prova le dichiarazioni deliranti del ministro degli Esteri Franco Frattini. Infatti, dall’inizio dell’onda di protesta di piazza nei paesi della sponda sud del Mediterraneo abbiamo potuto costatare la gravità del vuoto diplomatico. Basta ricordare le  uscite estemporanee di Frattini il quale, di volta in volta, invoca un non precisato “Piano Marshall”,  imminenti invasioni  berberiche e adesso soluzione di riconciliazione pacifica per scongiurare il pericolo di nascita di un “Emirato islamico” nella parte Est diella Libia. Scandaloso è altresì il fatto che il governo si sia schierato esplicitamente con Saif El Islam, il figlio del  Raìs, il quale annuncia la guerra civile e il massacro dei manifestanti. Più delirante è il fatto che il ministro degli esteri abbia persino diffidato l’Unione Europea dall’interferire nella vicenda libica e di non esportare la democrazia. Roba da matti! O Frattini è un cretino oppure ritiene che gli italiani siano un popolo di cretini. Ora qualcuno dovrebbe chiedere le sue dimissioni immediate. Davvero basta! Mandiamo a casa questi maghi della mediocrità, questi prestigiatori del nulla. Ora riprendiamoci l’Italia, la sua faccia e la sua vocazione. Questione di dignità!

Written by Aly Baba Faye

21 febbraio 2011 at 13:17