L'Appunto di Aly Baba Faye

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Libia: ora sarà guerra!

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Il dato nuovo nella cosiddetta Primavera Araba è la natura del coinvolgimento della comunità internazionale. Dalla tifoseria alla discesa in campo. Grazie alla spinta di Sarkozy e Cameron, ma anche dalla Lega araba, l’Onu ha votato ieri una risoluzione che stabilisce una no-fly zone sul territorio libico. Non un pattugliamento ma un intervento militare per salvare le popolazioni. Lo scenario che si prefigura è ovviamente quello di una guerra  anche se viene giustificata come doverosa ingerenza umanitaria. Dunque in attesa della destituzione del Colonnello, ci sarebbe da riflettere sul futuro della Libia. Infatti, al di là dell”incertezza sui costi umani e sui tempi della guerra, resta nel sottofondo una domanda: che ne sarà della Libia dopo la caduta del Capo Beduino? Che piano ha l’Onu o il comitato nella gestione del dopo-gheddafi? L’idea di andare in guerra è sempre una decisione pesante ma andarci senza avere idea di cosa fare dopo fa accapponare la pelle. La legittimità internazionale da sola non basta. La risoluzione 1970 autorizza solo la guerra e non prevede nulla sul dopo. E da questo punto di vista alleggia ancora nell’aria qualche fantasma. Servirebbe anche un piano politico del dopo-guerra. A maggior ragione nel caso della Libia che è uno Stato con un’organizzazione particolare. Infatti, dall’antichità fino all’occupazione italiana  negli anni ’30 si distingueva 3 provincie in Libia. La Tripolitana ad Ovest caratterizzata da una rete di agglomerati antiche dove le  popolazioni sono simili ai tunisini; la Cirenaica ad Est dove le popolazioni è più simile ai egiziani e il Fezzan al Sud della Tripolitana che è l’area confinante con il deserto. Dall’indipendenza questa delimitazione è stata ridisegnata  parecchie volte. E comunque né gli sconvolgimenti sociali provocati dal petrolio né il socialismo Gheddafiano, hanno sopito le molte “sfaldature” tra la Tripolitana e la Cirenaica. Si rammenta che la Libia di Gheddafi è organizzata su principio di autonomia locale prima con una architettura amministrativa  articolata in regioni (muhafazat) poi successivamente in province (baladiyat) e dal 1995 in distretti (Shabiyat). L’ultimo ridisegno nel 2007 individua 22 distretti amministrativi. Poi vi sono i congressi popolari che sono assemblee elettive per designare i rappresentanti del popolo. E’  in questo contesto che occorre immaginare gli effetti di una guerra che rischia di tradurre il dopo-Gheddafi in una implosione del paese. Insomma, un processo di somalizzazione che consegnerebbe la Libia a nuovi signori della guerra e/o a potentati tribali incapaci di garantire stabilità e coesione non è il massimo. Per questo, pur essendo auspicabile un intervento per fermare i massacri, occorrerà altresì avere un piano politico-istituzionale. La mia idea è una soluzione di tipo confederale tra le tre regioni storiche -modello svizzero- da costruire in un percorso costituente usando le assemblee elettive già esperimentate in loco. Se così non dovesse essere allora sarebbe davvero un peccato trovarsi di fronte ad un’altra Somalia o un altro Irak. Davvero questa volta bisogna evitare di scatenare una guerra e poi andarsene lasciando solo macerie. Questione di responsabilità!

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Written by Aly Baba Faye

18 marzo 2011 at 21:28

Società civile nel mondo islamico!

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Un vento di libertà soffia sul fuoco delle rivolte nel mondo arabo-musulmano. E come per effetto domino le piazze si riempiono da un paese all’altro, dal Nord Africa al Medio Oriente. Sta succedendo qualcosa che solo due mesi fa era impensabile. E la natura stessa delle rivolte è altresì sorprendente, almeno per quelle latitudini: la Piazza che sfida il Palazzo chiedendo libertà, dignità e democrazia. Insomma un fatto “rivoluzionario”. Finora il mondo arabo-musulmano ci aveva abituato a mobilitazioni popolari dove però le parole d’ordine erano impregnate di un nazionalismo fatwista. Piazze convocate per biasimare i nemici esterni. Sempre gli stessi: Stati Uniti e Israele. L’imperialismo e il sionismo. Quindi reagire contro gli usurpatori era questione di dignità e manifestazione d’identità. Piazze piene di persone rabbiose e a tratti anche violente al grido di “morte al yankee” e “morte ad Israele”. Erano manifestazioni che offrivano il medesimo spettacolo rituale e la stessa scenografia di bandiere bruciate. Questa volta no. Non è lo stesso registro. Questa volta è diverso. Dunque nessuna bandiera bruciata. Niente maledizione di nemici esterni. Niente capri espiatori. Nulla di tutto questo. A portare la gente in piazza sono ragioni legate alla dialettica interna. Questa volta lo sguardo delle piazze sa più di introspezione. Uno specchiarsi collettivo. Una seduta di auto-analisi della società e della sua gestione. Dunque società che riflettono. Popoli che guardano al proprio ombelico per mettere a nudo le proprie inadeguatezze. Senza scarica barile. Dittatura e corruzione, ingiustizia sociale e  nuove povertà, mancanza di libertà e deficit di democrazia sono problemi delle società arabo-musulmane. Bisogna uscire dall’oscuranstismo e dal feudalismo. Oggi,  le società arabo-musulmane vogliono voltare pagina. Vogliono uscire dal letargo. Vogliono uscire da una crisi frutto della sospensione tra lo status quo di una civiltà antica e le nuove spinte moderniste di una gioventù illuminata dalle luci della civiltà globale.  Ora bisogna entrare nel Terzo Millennio. Bisogna stare al mondo con la testa alta. I Popoli sono stanchi della repressione e della corruzione. La gente non ce la fa più a sentirsi ostaggi di politici corrotti e di dittature senza scrupoli. Khalass cioè  Basta. E così la diagnosi dei mali ha richiesto terapie d’urto. Bisogna guarire dalla paralisi e liberarsi dalla frustazione. Ecco allora che si va in piazza per mandare via i responsabili dei fallimenti politici e di gestione delle società arabe. Ecco che al fatalismo del Maktub, che si affiderebbe esclusivamente al buon Voler Divino,  la gente sovrappone la forza della ribellione. Ecco che il protagonismo delle piazze prefigura la nascita di una società civile nel mondo arabo. E’ questa una  premessa necessaria per cambiare il mondo. Questione di sovvertimento!

Written by Aly Baba Faye

15 febbraio 2011 at 14:30

Obama: Cambierà il vento?

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Il 4 novembre 2008 si registrava un fatto storico. Il popolo americano aveva sorpreso positivamente  il mondo portando Barack Hussein Obama alla Casa Bianca. Il ragazzo gracile con il nome strano ce l’aveva fatto e  aveva suscitato tanta speranza nel mondo.  Speranza e cambiamento erano le parole della  rivoluzione obamiana.  Le parole d’ordine di “Hope and change” gli hanno valso anche il premio Nobel per la Pace 2009. Sembrava che la storia dovesse prendere un nuovo corso. Sembrava che  era finalmente arrivato il tempo di un mondo nuovo pacificato dove la Promessa Americana diventava la cifra di una nuova civiltà umana globalizzata. Da Chicago a Nairobi passando per Giakarta e ovunque nel mondo la speranza brillava di luce diversa (come ho detto qui). Insomma Hope was shining” come si direbbe da quelle parti! Ma due anni dopo, sembra che le speranze si siano già dissipate e che la “normalità” di sempre abbia sovvrastata la rivoluzione.  Almeno sembra questa la causa che spiega la sconfitta dei “democrats” nelle elezioni di “mid-term”. Una sconfitta che non può non essere ritenuta come giudizio sull’amministrazione Obama. Lo stesso presidente americano ha detto che si assume la responsabilità della scconfitta. I suoi si giustificano dicendo che il suo operato non è stato comunicato bene. Tant’è! Resta il fatto che molti americani che avevano votato per Obama ,con tanto entusiasmo due anni fa, ora sono delusi. Al di là di coloro che si aspettavano virtù messianiche, di certo tra i delusi ci sono molti tra pacifisti e ambientalisti che si sentono traditi per le promesse mancate. E molti americani della “middle class” non hanno visto alcun miglioramento nelle loro condizioni di vita. Dunque, in attesa del “change” si può immaginare che per i molti il sogno sia svanito.  Questione di aspettative!

Written by Aly Baba Faye

4 novembre 2010 at 20:32

USA-Russia: accordo sul disarmo

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Oggi a Praga Stati Uniti e Russia hanno raggiunto un accordo sulla riduzione dei rispettivi arsenali nucleari (come preannunciato qui).  L’intesa stabilisce un tetto di 1.550 testate nucleari operative e di 800 vettori nucleari e non stabilisce limiti sui programmi di difesa antimissile. Mosca ha ottenuto che sia fissato in forma vincolante il legame tra le armi offensive e difensive. L’intesa avra’ una durata di 10 anni e potra’ essere estesa per altri cinque. Questa è la sostanza dell’accordo siglato ieri. Lo scenario allestito a Praga per la firma dell’accordo Start II sul disarmo ha qualcosa di strano. Sembra lo strascico del periodo della Guerra Fredda. Si ha la sensazione che si tratta di un G2 più o meno importante di quella tra USA e Cina. Si ha il timore che è fuori tempo un’accordo sul disarmo. Della serie inutile chiudere la stalla quando i buoi son già fuori. Eppure suscita qualche speranza e ci si augura che si tratti di qualcosa di serio. Qualcosa che possa garantire la sicurezza nel “Worldistan”.  Insomma su un dossier delicato come il nucleare è d’obbligo l’ottimismo della volontà. Non possiamo rassegnarci all’idea di una minaccia di estinzione del genere umano.  Un pericolo reale che non possiamo ignorare. Sappiamo che la geopolitica del nucleare coinvolge molti paesi e molti gruppi. Sappiao che la maggioranza  dei membri del CDA (Club dei Detentori dell’Atomica) si trova nel Sud-Est asiatico. Pakistan e India ma anche Israele sono assieme allla Corea del Nord e alla Cina sono attori che nel bene e nel male possono giocare un ruolo importante nella sicurezza globale. La stessa questione del nucleare iraniano resta sul tappeto e potrebbe aprire la strada alla Turchia o altre aspiranti. Insomma in un mondo multipolare, dove c’è un discredito sull’ONU, un accordo a due o come si usa dire un approccio bilaterale assume un peso limitato  in un mondo non più diviso in due blocchi. Forse servirebbe anche un nuovo trattato di non-proliferazione e comunque una nuova governance globale. In attesa di nuovi assetti più adatti alla fase, l’accordo siglato resta pur sempre un atto politico importante. Si spera che il processo vada avanti in logica diversa. Si spera di superare la logica del “chi c’è c’è e chi non c’è non c’è” che è deleteria. Non c’è nulla che possa giustificare il fatto che l’Iran e forse domani anche la Turkia e altre potenze regionali come il Sudafrica o il Brasile non possano aspirare all’arma nucleare. Poi resta un fatto noto a tutte le cancellerie che in diverse parti del mondo e sopratutto in alcune aree dell’Africa si può comperare l’uranio nei suks. Per questo il dossier del disarmo va trattato in un capitolo più ampio della Global Security che comprende anche il terrorismo internazionale. Questione di consapevolezza!

Written by Aly Baba Faye

8 aprile 2010 at 19:58

Riecco l’estetica cosmopolita!

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La visita della coppia presidenziale francese a Washington ci ripropone quella “estetica cosmopolita” di cui ho avuto modo di parlare un anno fa (vedi qui). Riferendomi a considerazioni meramente antropoligiche e culturali, avevo scritto che Barack Obama e Nicolas Sarkozy sono due figli dell’immigrazione che ora guidano due grandi Nazioni.  Carla Bruni è figlia di italiani emigrati in Francia mentre Michelle Obama discendenti di schiavi africani. Vedere queste due coppie assieme dà la cifra di come ci sono paesi che sono capaci di rivoluzione come appunto Francia e USA (che hanno fatto due grandi rivoluzioni). Certo di questi tempi sogno anche in Italia la possibilità di assaporare un giorno il gusto del rivoluzionare, il coraggio e la volontà di cambiare senza paura.  L’idea che il futuro sia frutto di scelte di oggi è quel che manca nella mentalità italiana. La metafora del Colosseo cioè la stabilizzazione coatta come dimensione della sicurezza e della voglia di conservare fa sì che lo sguardo volge verso il passato. Ciò rapprenseta un freno alla capacità di innovare. E’ questa un male italiano che blocca il paese e impedisce di investire nel cambiamento. Basta pensare che una delle espressioni più riccorrenti che si dice ad un giovane che ha compiuto un’azione grandiosa  ia  quella di “non montarsi la testa”, di stare con i piedi per terra. Ora c’è da imparare a non aver paura del cambiamento. Cambiare non è sinonimo di peggioramento ma anche un modo per rappropriarsi del futuro. Questione di coraggio!

Nucleare: USA-Russia a new Start?

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 Le dichiarazioni del Premier Russo Putin sul sostegno russo al nucleare iraniano proprio durante la visita di Hillary Clinton a Mosca sembravano aver compromesso ogni esito positivo della trattativa per il disarmo nucleare. Per fortuna, secondo Hillary Clinton si sono dissipati i dubbi e le preoccupazioni. Dunque era solo una nuvola passeggera. Chissà se frutto forse di una mossa tattica dello zar Putin? A quanto si è appreso i negoziatori americani e russi hanno avuto degli intensi colloqui per la firma di un nuovo trattato dopo lo START, il primo accordo che le due potenze avevano firmato nel 1991 e che e’ scaduto a dicembre dello scorso anno. Al di là del delicatissimo dossier nucleare colpisce il fatto che, nel giro di pochi giorni, la diplomazia americana abbia subito due colpi bassi che sembrano intaccare anche l’autorevolezza della leadership americana. Il primo riguarda la vicenda dei nuovi insediamenti che il governo Israeliano ha annunciato proprio durante la visita ufficiale di Joe Biden (leggi qui). Il secondo invece riguarda questa dichiarazione di sostegno da parte russo del nucleare iraniano proprio mentre la Clinton era in visita a Mosca (leggi qui) con il suo team di negoziatori per un nuovo accordo sul disarmo. Se a questi episodi aggiungiamo gli attriti diplomatici e commerciali tra USA e Cina (vedi qui) allora sorge il dubbio che la nuova Pax Americana sia effettivamente derisa e non preso tanto sul serio e che ancora oggi prevalgano i vecchi giochetti nel Worldistan. Spiace dover pensare che siamo lontani dalla “riparazione del mondo” che l’inquilino della Casa Bianca voleva realizzare e che gli ha valso il Nobel per la pace come premio di incoraggiamento. Sappiamo che il cambiamento non sarà facile ma dobbiamo trovare il modo di aiutare il consolidamento del nuovo corso che  ovviamente non è solo un problema degli USA ma di tutta la comunità internazionale. Questione di consapevolezza!

Written by Aly Baba Faye

19 marzo 2010 at 21:03

Obama: Luna calante!

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(Ansa) – New York, 17 FEB – Sondaggio shock della Cnn: per il 52% degli americani il presidente Barack Obama non merita la rielezione nel 2012. 44 americani su 100 si sono detti pronti a confermare Obama per il secondo mandato, meno della maggioranza che invece e’ pronta a mandare qualcun altro alla Casa Bianca. Il divario 52 a 44 e’ stato riscontrato tra la popolazione in generale e tra gli americani votanti, campione in genere piu’ affidabile per valutare gli umori dell’elettorato.

Allora la luna di miele è finita? La speranza ha ceduta alla real politik? Delusione e malcontento. Delusione e malcontento sulla vicenda bellica (“The War Problem”) dove il Premio Nobel per la Pace, non ha impresso alcuna svolta verso una nuova “Pax Americana” (vedi qui). Niente svolta sulla “Green Economy” che avrebbe dovuto sancire un “New Deal” ecologico mentre per ora la scelta che rimbalza nelle cancellerie di tutto il mondo è il ritorno degli USA al Nucleare dopo 30 anni (video qui). Poi le incertezze sull’economia con una politica economica che non ha ancora segnato una direzione chiara. Un esempio? La questione delle banche prima messe sulla graticola, poi sostenute  con ingenti somme di danaro pubblico e poi ancora minacciate di ripagare indietro il sostegno pubblico. Insomma, i sostenitori più entusiasti come me cominciano a dubbitare.  Il malessere di parte dell’elettorato è evidente.  Un primo segnale lo  avevano lanciato gli elettori di Massachussets (come evidenziato qui). Insomma, Obama aveva chiesto all’America di credere. Oggi parte dell’elettorato,  la maggioranza,  sembra deluso. Davvero con alcune scelte compiute dall’Amministrazione Obama la fiducia è messa a dura prova. Davvero c’è bisogna di “audacia” della speranza”. E come si usa dire la speranza è l’ultima a morire. Allora speriamo e dunque “Hope for the future”!. Questione di ottimismo!

Written by Aly Baba Faye

17 febbraio 2010 at 21:26