L'Appunto di Aly Baba Faye

Violenza di genere: indignazioni selettive

1383710_20151126_111875_25_novembreMa le cronache di feminicidio di questi giorni ne vogliamo parlare? Moglie incinta bruciata, moglie accoltellata, moglie ammazzata, ecc… Nessun commento, tutto tace. Allora questi non sono atti d’inciviltà e sono metabolizzabili perché non sono opere di quegli “incivili” mediorientali, musulmani, immigrati che non rispettano la donna? I fatti di Colonia, che giustamente andavano denunciati, meritavano la nostra indignazione magari senza il zelo espresso in un fiorir di letteratura di rivalsa identitaria. Invece il silenzio su questi fatti orrendi sembrano non suscitare indignazione, forse perché sono “cose nostre” e, in quanto tali, vanno bene? Altrimenti mi domando dove sono gli editorialisti, commentatori, femministi identitari e maschi “proprietari delle loro donne”? Ma qual’è il problema, è il sessismo o no? Oppure, il problema sono gli “altri” e forse non è il sessismo, la violenza di genere e il controllo sociale del corpo della donna? Come dobbiamo interpretare la vulgata “anti-sessista” delle scorse settimane nei talk shows, nei social media? Ma davvero il problema è la “razza”, la religione, l’origine dei colpevoli e non i loro fattacci? Questa tendenza alla “culturalizzazzione” del crimine si nutre di pregiudizi quando non è dichiarato razzismo. Questione di diversità!

Written by Aly Baba Faye

2 febbraio 2016 at 19:03

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Family Flop? La partita resta aperta

family-day-20151La tradizionale polemica sul tasso di partecipazione di una manifestazione di piazza può suscitare passioni politiche. Il Family Day non poteva sfuggire a questa tradizione. D’altronde, è anche giusto tarare il successo o meno di una manifestazione in termini di numero di participanti. Ma spesso questo criterio da solo non basta per valutare il valore intrinseco di una manifestazione. Ripeto sempre che a Piazza Tiennamen c’era una sola persona a sfidare un regime. Oggi, sempre di più, bisogna andare oltre il dato statistico per valutare una manifestazione pubblico soprattutto su temi che interpellano la coscienza civile del paese. Non tutte le manifestazioni sono uguali, un concerto musicale non è apprezzabile allo stesso modo del Family Day. E coloro i quali, da ieri, festeggiano il cosiddetto Family Flop devono però sapere che la partita sulle unioni civili è ancora aperta nella società, che la consistenza del fronte conservatore va ben oltre il perimetro di una piazza, che possiamo definire “militante”. Poi va rilevato il fatto che oramai l’andare in piazza sta diventando sempre più un’affare per pochi, in un momento in cui la crisi della politica si evidenzia in una crisi di militanza e di partecipazione. Tuttavià, credo di poter dire che il fronte conservatore sia molto più ampio di quel esercito di militanti che sono andati in piazza. E non ci giurerei che nel caso ci fosse un referendum (sic) voterebbero contro le Unioni Civili solo quelli che sono scesi in piazza ieri! Insomma, per I diritti civili non c’è da dormire sugli allori, e poi la cosa preoccupante è che ieri non era una manifestazione PER chiedere diritti o rivendicare riconoscimento sociale come ad esempio un gay pride. La cifra del Family Day è che si è trattata di un’iniziativa CONTRO perché vuol negare la possibilità di riconoscere dei diritti! E questo è il punto su cui riflettere, oltre il mero dato statistico sulla partecipazione! Insomma, resta un grande lavoro culturale da fare perciò è presto per poter gioire. Questione di Vigilanza

Written by Aly Baba Faye

1 febbraio 2016 at 22:44

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Italia-Iran: un partenariato win-win!

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L’Italia prima tappa del tour di Hassan Rohani dopo la revoca delle sanzioni economiche all’Iran in seguito all’entrata in vigore dell’accordo sul nucleare. D’altronde, lo stesso presidente iraniano durante la conferenza stampa della settimana scorsa aveva citato l’Italia tra i paesi amici. Dunque ieri Rohani è arrivato a Roma con una delegazione di imprenditori. L’Incontro con il premier Italiano è stato a dir poco fruttuoso per entrambi i paesi. Affari miliardari, accordi bilaterali, e cooperazione nella lotta contro il terrorismo di Daesh. Dunque una visita molto importante che, oltre i risvolti economici, assume una valenza politica di una fase interessante nella vicenda geopolitica mondiale. La scelta dell’Italia, come partner privilegiato da parte dell’Iran, non è caduta dal cielo ma è frutto di una tradizione di diplomazia dell’equilibrio che ha connotato il posizionamento del Bel Paese sulla scena internazionale. Eppure in queste ore la visita del presidente iraniano sta sollevando critiche e polemiche per l’accoglienza riservata al capo di uno Stato accusato di non-rispetto dei diritti umani. Ma si sa che non è l’amicizia il criterio di scelta dei rapporti tra Stati bensì gli interessi. E Come conferma lo stesso premier italiano Matteo Renzi italiano “anche nei settori su cui sono più marcate le nostre distanze, come sui diritti umani, abbiamo dimostrato di saper dialogare e discutere”. Pur essendo sensibile al rispetto dei diritti umani e pur capendo le obbiezioni che si fa all’Iran ritengo che ciò non doveva essere d’intralcio allo sviluppo dei rapporti bilaterali. Anche perché facendo gli “schizzinosi” fino in fondo dovremo forse rompere i rapporti con gli USA dove ancora vige la pena di morte o con la Cina dove il rispetto dei diritti umani non è certo una preoccupazione del governo di Pekino. Che dire dei diritti dei profughi e/o migranti che in Europa qualcuno nega al punto da rimettere in discussione la stessa tenuta dell’Unione Europea? Sappiamo di dover trattare con degli interlocutori non sempre perfetti! Dunque, credo che, senza dover rinunziare ai nostri valori (libertà, democrazia e diritti umani), non possiamo sacrificare l’interesse nazionale. Perciò benvenga il partenariato win-win. Questione di Realpolitik!

Written by Aly Baba Faye

26 gennaio 2016 at 13:49

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La crisi del Petrolio: un mercato impazzito?

Petrolio, il prezzo del barile a 25 dollari! Così basso il prezzo del greggio che a qualcuno è venuto la battuta che il barile vuoto costa più del suo contenuto. Sarà. In ogni caso, questo dato pesa sull’economia mondiale, essendo il petrolio una risorsa fondamentale per il funzionamento di ampi settori dell’industria ma anche dei servizi. Come si spiega una svalutazione così forte del prezzo del petrolio? Ecco una domanda da fare non tanto agli economisti quanto agli esperti di geopolitica. Dico questo perché ho il sospetto che la migliore spiegazione di quanto sta accadendo non sta solo nelle dinamiche economiche ma anche nelle vicende politiche e geo-strategiche degli ultimi tempi. Assodato il fatto che il calo del prezzo del barile è stato costante negli ultimi tempi, l’immersione nel mercato di una quota maggiore di produzione contribuisce a svalutare ulteriormente il petrolio. Dunque, senza pretendere una disamina esaustiva, credo si possa affermare che tra le variabili in gioco vi sia una che abbia pesato e peserà ancora di più per un po’: lo sblocco delle sanzioni contro l’Iran in seguito all’accordo sul nucleare (ne parlo qui). Infatti, l’Iran, grande produttore di greggio, ha annunciato un significativo aumento della sua produzione di petrolio. Una decisione che ha causato un significativo calo dei prezzi del greggio e solleva preoccupazioni dei paesi produttori. E’ evidente che, da una parte la vicenda dello “Stato Islamico” con il suo corredo di traffico di petrolio e dall’altra le divergenze politiche (la guerra) tra Iran e Arabia Saudita peseranno sul prezzo del petrolio. L’uso della leva economica non sarà risparmiato nel confronto tra questi due paesi che si contengono la leadership nel Medioriente. Dunque non è immaginabile, almeno nel breve e medio termine, un qualsivoglia accordo tra paesi produttori. E dunque credo non è follia pensare che vi sarà una esuberanza dell’offerta senza possibilità di accordo tra produttori. Tutti i paesi produttori subiranno il peso del calo dei prezzi su un mercato già eccedentario e in sovrapproduzione. Ma questa situazione di svalutazione del greggio metterà in difficoltà tutti ma non sarà uguale per tutti. Così, i paesi del Golfo possono attingere ai loro fondi sovrani mentre temperare gli effetti a differenza di paesi come la Russia, il cui bilancio dipende l’80% sulle esportazioni di idrocarburi, e per i quali questo può essere molto difficile. In questi paesi, è quindi l’intera economia sarà colpita da prezzi in calo. Dovranno fare tagli alla spesa pubblica e di imporre una forte austerità. Essi possono anche giocare con l’arma oscillazione monetaria contro le perdite. Insomma, il disposto combinato tra aumento dell’offerta da parte dei produttori e il calo della domanda da parte dei paesi emergenti (a partire dalla Cina) le cui economie stanno attraversando una fase di rallentamento della loro crescita non aiuta a sciogliere i nodi. Così c’è il rischio di forti tensioni tra membri dell’Organizzazione dei Paesi Produttori di Petrolio (OPEC) nei prossimi giorni. I prezzi sono così bassi che le conseguenze di cui sopra può portare a tensioni sociali nei paesi produttori costretti ad adottare politiche di austerità (tagli della spesa) ma anche la riduzione delle importazioni con effetti sulla domanda globale. Paesi come il Giappone hanno già iniziato a protestare anche perché il calo dei prezzi potrebbe rallentare i loro sforzi per la transizione energetica. In ogni caso, eccedenze o meno, il petrolio iraniano avrà un mercato e potrebbe interessare alcuni paesi con impianti tecnici di raffinaggio come Cina e Giappone, Sud Africa, Grecia e Italia. Quale sarà l’epilogo di questa “crisi del petrolio” lo sapremo solo vivendo. Speriamo bene. Questione di interesse

Written by Aly Baba Faye

22 gennaio 2016 at 12:17

Schengen: l’Unione sospesa?

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La cosiddetta “crisi dei profughi” sta mettendo a dura prova l’Unione Europea. Uno degli effetti più palesi è il ripristino delle frontiere nazionali. Ormai molti paesi, per ultimo la Germania, si dicono favorevoli ad una sospensione per due anni del Trattato di Schengen. Nel mentre la libera circolazione – principio cardine di Schengen e simbolo di una territorialità europea – è stata bloccata in otto paesi. Di fatto prevalgono rivalse nazionalistiche con il ripristino delle frontiere nazionali. Con questo dato c’è chi paventa la fine dell’UE, almeno dell’Unione come l’abbiamo conosciuta fin qui. Altri -come la stessa commissione UE- dicono che in realtà nella situazione data il ripristino delle frontiere interne si può giustificare in base all’articolo 26. Ma, al di là dei cavilli giuridici e delle norme formali, detta brutalmente la sostanza politica resta la volontà di molti Stati membri di ritrovare una loro sovranità territoriale. Ma in questa scelta c’è indubbiamente una sfiducia nell’UE. Di fatto, non c’è una politica europea in materia di immigrazione e asilo perché la cessione di sovranità degli stati all’Unione è parziale e di fatto non contempla questa materia. Mentre servirebbe una riforma del Trattato di Dublino per sedimentare una politica europea comprensibile in materia di asilo, si palesa una mancanza di solidarietà europea con gli stati membri che non ne vogliono sapere. Della serie il nazionalismo è duro a morire e l’unione può restare una foglia di fico. In ogni caso, senza credere che salti tutto e che si apra un processo di desunione, quel che è evidente è la fragilità endemica dell’Unione. Ma fin dove può portare questa fragilità non lo si sa chiaramente. Mi auguro che il processo di unificazione non sia compromessa al punto tale che svanisca il sogno europeo. Sarebbe davvero un peccato nel momento in cui la dimensione sovrazionale potrebbe garantire un futuro migliore di quanto possano fare gli stati membri. Le classi dirigenti dei popoli europei hanno di fronte a sè una scelta netta da compiere definitivamente, spero lo facciano guardando alle future generazioni e non agli interessi nazionalistici. Questione di lungimiranza

Written by Aly Baba Faye

22 gennaio 2016 at 10:26

L’Eccezione Senegalese

1554671-2078834Ieri, il presidente della Repubblica del Senegal Macky SALL ha proposto un importante pacchetto di 15 misure attinenti a riforme costituzionali volte a rafforzare la democrazia e a conformare l’assetto repubblicano dello Stato. Una delle misure più d’impatto resta senza dubbio la riduzione da sette a cinque anni del mandato presidenziale accanto alla limitazione a non più di 2 mandati consecutivi. Il fatto che il Presidente SALL, eletto per 7 anni, si sia dimostrato disponibile a rinunciare a due anni di presidenza è un fatto inedito che non si era mai visto da nessuna parte. Della serie la politica non è solo questione di poltrone. Chapeau! Infatti, la nuova riformulazione proposta dell’articolo 27 della Costituzione diventa: “Il mandato del presidente è di cinque anni. Questo vale per il mandato in corso. Nessuno può servire più di due mandati consecutivi “. Poi aggiunge: “Questo articolo non può essere soggetto a revisione“. Dunque, in caso di convalida, l’elezione del capo dello Stato a suffragio diretto con la maggioranza assoluta non può essere rivisto. Inoltre si stabilisce un tetto per l’accesso alla presidenza a 75 anni. Questa proposta di revisione deve ora essere sottoposta al Consiglio costituzionale che la dovrà convalidare previo verifica di costituzionalità (cioè in base a quella in vigore) e successivamente sottoporla a referendum. Dunque, il processo di perfezionamento della democrazia senegalese prosegue e segna uno dei passi più qualificante dopo l’introduzione nel 2001 della parità integrale in materia di rappresentanza di genere. Infatti, oggi grazie a quest’ultima norma siedono al Parlamento 47 percento di donne. Si rammento che tutto questo è avvenuto in un paese africano dove la popolazione è maggiormente musulmana (oltre 90 percento). Il Senegal è una repubblica laica dove un cattolico ha governato per 20 anni, si tratta di SENGHOR. Oltre gli aspetti formali, delle leggi il Senegal ha nella sua costituzione materiale, nella sua cultura i semi della tolleranza e della democrazia. Questione di civiltà!

Written by Aly Baba Faye

19 gennaio 2016 at 12:37

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Iran Deal: quando la diplomazia vince

ROHANI IN ITALIA PER ACCORDI, MA SANZIONI ANCORA IN VIGORECon l’entrata in vigore dell’accordo sul nucleare, il cosiddetto “IranDeal” (leggi anche qui), per il mondo si può celebrare una vittoria importante della diplomazia. E’ una vittoria per Barack Obama e la sua opzione di investire prima di tutto sulla via diplomatica, scelta biasimata- a torto – come debolezza. Per l’Iran e per la sua classe dirigente aperta al dialogo, è una vittoria politica conquistata sul campo in anni di negoziati. Un modello, dice il presidente Hassan Rohani, valido anche per affrontare le questioni aperte nella regione, con la diffusione del terrorismo dell’Isis. Per l’Iran, è anche il giorno in cui celebrare finalmente l’apertura al mondo della sua economia senza più la zavorra delle sanzioni. Emblematico, ancora nelle parola del presidente, è il tema dell’amicizia quando afferma che “anche in Europa vi sono paesi che gli sono stati sempre amici”. L’Italia è fra questi amici e dunque, in qualche modo, è anche un riconoscimento all’Italia, della sua tradizionale diplomazia della pace e del dialogo. Ne è una prova il fatto che il presidente iraniano, rispondendo ad una domanda dell’Ansa, durante la conferenza stampa, abbia citato l’Italia tra i paesi con cui l’Iran ha rapporti di amicizia, e anche in campo economico ribadendo che “non vi sono mai stati ostacoli, tanto più oggi con la caduta delle sanzioni”. Manca solo una settimana alla visita di Rohani in Italia, prima tappa di quel suo primo viaggio in Europa che in novembre aveva dovuto rinviare per i sanguinosi attacchi dell’Isis a Parigi. Il 25 e il 26 Rohani sarà a Roma con una delegazione politica e degli operatori economici, e sarà accolto anche in Vaticano. Con il governo e l’imprenditoria italiana parlerà di cooperazione economica e investimenti in vari campi, dall’industria alle infrastrutture, dall’energia alla scienza. Perché è di investimenti stranieri e di tecnologia che l’Iran del dopo-sanzioni ha bisogno, per rilanciare la sua economia, per ammodernare le sue strutture produttive e dare lavoro ai giovani, spesso molto preparati e qualificati. Insomma, nel momento in cui si celebra la fatica della diplomazia contro la fretta dell’interventismo, occorre ricordare che durante tutto il corso dei negoziati sul nucleare c’erano pressioni politiche malsane per attaccare militarmente l’Iran. Meno male che Obama non abbia ceduto alla linea guerrafondaia e che infine abbia pagato la Diplomatic Option. Questione di Intelligenza

Written by Aly Baba Faye

18 gennaio 2016 at 16:08

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