L'Appunto di Aly Baba Faye

Archive for marzo 2011

La guerra Libica: pace o libertà?

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Dunque alcuni paesi sono entrati nella guerra libica in base alla risoluzione ONU per fermare i massacri di Gheddafi. Ma la scelta caldeggiata da Sarkozy, Cameron e Obama è una scelta che divide l’opinione pubblica e mette in difficoltà il campo dei pacifisti e in generale del centrosinistra italiano. Si è scatenato un dibattito difficile  tra opposte fazioni che a volte sfiora il grattesco quando degenera in accuse reciproche. Sembra che coloro che non volevano l’azione militare (i pacifisti) siano complici di Gheddafi e dei suoi massacri e  viceversa coloro che sostenevano l’opportunità di un intervento in una guerra in corso per fermare i massacri a Bengasi siano guerrafondai. In ogni caso, sembra che si è di fronte ad un’alternativa secca: contro la guerra  senza se e senza ma oppure per i diritti umani e la libertà ad ogni costo. Un modo sbagliato di affrontare un dibattito difficile e spesso vissuto dai più con una lacerazione interiore e molti dubbi sulla cosa giusta da fare. Personalmente ho esperimentato questo disagio quando mi sono trovato a dovere applaudire alla decisione di rispondere alla richiesta di un intervento della comunità internazionale. Dunque non solo applaudire la “Primavera Araba” ma non lasciarli soli nel momento del bisogno. Mi ha confortato le parole di alcuni pacifisti, come il libico Farid Adly, uno che crede fino in fondo alla pace e alla non-violenza e che si è sempre battuto per i diritti umani ma che ha sostenuto l’opportunità di un intervento per fermare la macelleria civile del clan dei Gheddafi a Bengasi e per garantire libertà e rispetto dei diritti umani. Lasciando da parte tutti i discorsi sulla petrodiplomazia e sulle incoerenze del diritto internazionale in rapporto al tema dell’ingerenza umanitaria resta il fatto che sulla guerra in Libia  è stata difficile avere una posizione. Anche perché una guerra si sa quando la si inizia e non quando la si finisce e con quali costi umani e quale tributo di sangue. Così come non si sa cosa succederebbe se si lasciasse Gheddafi e Saif El Islam fare le loro inquisizioni casa per casa per una spedizione punitiva contro i nemici del regime. Ci ricordiamo dei troppi genocidi consumati nel totale silenzio della comunità internazionale come in Ruanda, Srebrenica, Darfur. Ma anche i troppi disastri degli interventismi  motivati come dovere di ingerenza umanitaria come in Somalia o per evitare armi di distruzione di massa come in Irak. Dunque serve umiltà nell’ascoltare le posizioni degli uni e degli altri. Non credo che chi è contro la guerra  nutra complicità per i genocidi e lo dimostra un pacifista che più di chiunque ha dedicato la propria vita ai diritti umani come Gino Strada, il mio candidato premio nobel per la Pace come ho scritto in questo blog e per il quale ho promosso un apposito gruppo su facebook. Così come non credo che chi ha sostenuto l’opportunità di fermare Gheddafi con un intervento sia un guerrafondaio complice di Sarkozy come dimostra appunto la posizione di un altro pacifista e militante dei diritti umani come Farid Adly. Perciò ritengo che non servono insulti reciproci e chi si esprime un’opinione magari con tanti dubbi merita rispetto e comprensione. Perché mai come in questa situazione si può dire che c’è un pezzo di verità per ogni posizione espressa. Pace e libertà non possono essere oggetti di un barattro così come tra “pacifisti” e “libertari” non dovrebbe esserci iuna guerra ideologica ma  rispetto nella reciprocità. Questione di equilibrio!

Written by Aly Baba Faye

20 marzo 2011 at 19:36

Libia: ora sarà guerra!

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Il dato nuovo nella cosiddetta Primavera Araba è la natura del coinvolgimento della comunità internazionale. Dalla tifoseria alla discesa in campo. Grazie alla spinta di Sarkozy e Cameron, ma anche dalla Lega araba, l’Onu ha votato ieri una risoluzione che stabilisce una no-fly zone sul territorio libico. Non un pattugliamento ma un intervento militare per salvare le popolazioni. Lo scenario che si prefigura è ovviamente quello di una guerra  anche se viene giustificata come doverosa ingerenza umanitaria. Dunque in attesa della destituzione del Colonnello, ci sarebbe da riflettere sul futuro della Libia. Infatti, al di là dell”incertezza sui costi umani e sui tempi della guerra, resta nel sottofondo una domanda: che ne sarà della Libia dopo la caduta del Capo Beduino? Che piano ha l’Onu o il comitato nella gestione del dopo-gheddafi? L’idea di andare in guerra è sempre una decisione pesante ma andarci senza avere idea di cosa fare dopo fa accapponare la pelle. La legittimità internazionale da sola non basta. La risoluzione 1970 autorizza solo la guerra e non prevede nulla sul dopo. E da questo punto di vista alleggia ancora nell’aria qualche fantasma. Servirebbe anche un piano politico del dopo-guerra. A maggior ragione nel caso della Libia che è uno Stato con un’organizzazione particolare. Infatti, dall’antichità fino all’occupazione italiana  negli anni ’30 si distingueva 3 provincie in Libia. La Tripolitana ad Ovest caratterizzata da una rete di agglomerati antiche dove le  popolazioni sono simili ai tunisini; la Cirenaica ad Est dove le popolazioni è più simile ai egiziani e il Fezzan al Sud della Tripolitana che è l’area confinante con il deserto. Dall’indipendenza questa delimitazione è stata ridisegnata  parecchie volte. E comunque né gli sconvolgimenti sociali provocati dal petrolio né il socialismo Gheddafiano, hanno sopito le molte “sfaldature” tra la Tripolitana e la Cirenaica. Si rammenta che la Libia di Gheddafi è organizzata su principio di autonomia locale prima con una architettura amministrativa  articolata in regioni (muhafazat) poi successivamente in province (baladiyat) e dal 1995 in distretti (Shabiyat). L’ultimo ridisegno nel 2007 individua 22 distretti amministrativi. Poi vi sono i congressi popolari che sono assemblee elettive per designare i rappresentanti del popolo. E’  in questo contesto che occorre immaginare gli effetti di una guerra che rischia di tradurre il dopo-Gheddafi in una implosione del paese. Insomma, un processo di somalizzazione che consegnerebbe la Libia a nuovi signori della guerra e/o a potentati tribali incapaci di garantire stabilità e coesione non è il massimo. Per questo, pur essendo auspicabile un intervento per fermare i massacri, occorrerà altresì avere un piano politico-istituzionale. La mia idea è una soluzione di tipo confederale tra le tre regioni storiche -modello svizzero- da costruire in un percorso costituente usando le assemblee elettive già esperimentate in loco. Se così non dovesse essere allora sarebbe davvero un peccato trovarsi di fronte ad un’altra Somalia o un altro Irak. Davvero questa volta bisogna evitare di scatenare una guerra e poi andarsene lasciando solo macerie. Questione di responsabilità!

Written by Aly Baba Faye

18 marzo 2011 at 21:28

Lo spauracchio dell’islamismo

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NB: Il seguente articolo è stato pubblicato qui su“Europa Quotidiano” del 2 marzo 2011

L’onda di proteste popolari che sta scuotendo i paesi arabi sollecita una riflessione attenta sulla dimensione islamica nella cosiddetta “Primavera araba”. A scanso di equivoci va ribadito il fatto che le manifestazioni sono mosse da valori politici e non da istanze religiose. Detto questo, c’è anche da rilevare il fatto che, fin dall’inizio degli avvenimenti, l’Islam è stato tirato in ballo da politici, editorialisti e commentari “occidentalisti” ma anche dagli stessi luogotenenti dei regimi chiamati in causa. Tuttavia, i loro cenni sono stati spesso all’insegna della volontà di agitare lo spauracchio di una deriva integralista dei movimenti sociali. E ancora sono in molti gli opinionisti che colgono ogni occasione per evocare, spesso con intento minaccioso, i precedenti che ho chiamato Sindrome di Hamas e la Controrivoluzione degli Ayatollah. E dunque mentre il fantasma dell’islamismo alleggia nei pensieri e alimenta argomentazioni, qualcuno ha persino pensato bene di usarlo a favore dei dittatori. Così qualche esponente del governo ha pensato di veicolare la tesi del male minore sostenendo addirittura l’idea di affidabilità delle dittature. Come dire «attenti a non saltare dalla padella alla brace» perché in agguato c’è il rischio micidiale per tutti: l’integralismo. Il medesimo argomento è stato usato dai dittatori per dissuadere i manifestanti e per smussare l’ardore e la temerarietà delle piazze. Infatti Ben Ali, Mubarak e poi Gheddafi hanno denunciato Al Qaeda come manovratore delle piazze per accaparrarsi il potere politico e costituire nuovi Emirati islamisti al posto degli attuali Stati laici. Ma purtroppo per loro questi sono argomenti considerati armi di distrazione di massa a cui il mondo arabo-musulmano non dà alcun credito se non sono barzellette raccontate nei suk delle metropoli arabe.

Ma al di là della propaganda, i temi della libertà e della giustizia sollevati dalla rivoluzione dei Gelsomini vanno valutate attentamente. In questa ottica, ritengo che le risposte alle sollecitazioni di piazza non si esauriranno con l’arrivo di un ceto politico che avvii percorsi di democratizzazione e qualche riforma sociale. Certo tutto questo già sarebbe una bella conquista politica delle piazze ma non basterebbe per parlare di rivoluzione. Una rivoluzione è qualcosa di più incisivo di un pur importante ma passeggero vento di novità. Quel che voglio dire è che per dare risposte all’altezza delle domande di libertà delle piazze la caduta dei tiranni è necessaria ma non sufficiente. Di fatto le vertenze per la libertà non riguardano solo un problema di gestione del potere politico ma interroga la cultura islamica e l’antropologia dei popoli musulmani. Insomma, il vento di libertà che si è alzato dalle piazze non sarà capitalizzato al meglio se, parallelamente alla lotta per rovesciare le dittature politiche, non ci si adoperi per cambiare la costituzione sostanziale di quelle società. Dunque, la verità ultima sugli eventi rischia di affievolirsi e di smarrire nell’arco di una stagione di lotta se non si coglie queste occasioni per avviare una riflessione profonda sul ruolo dell’Islam nelle società contemporanee.

In ogni caso, all’osservatore attento non dovrebbero sfuggire alcuni dati fondamentali relativi ai contesti sociali nei quali sono maturate i movimenti sociali di cui ci occupiamo. Il primo dato, di carattere economico-sociale, riguarda il fatto che quasi tutti i paesi toccati dai sommovimenti sono paesi ricchi di risorse (petrolio e gas) ma dove la povertà è oggi un fenomeno di massa. Insomma, paesi ricchi con maggioranze di povere e perciò esposti a forti disuguaglianze e ingiustizie sociali. In sintesi basta rilevare il fatto le masse popolari non traggono alcun beneficio sulle provvidenze dei giacimenti petroliferi e di gas. E poi ancora il fatto che i miliardi dei tanti sceicchi arabi non aiutano a prosciugare la povertà nonostante la pratica della Zakat ovvero l’elemosina rituale stabilita nella misura del 25 per mille dei guadagni annui di ciascun musulmano. Stiamo parlando di somme colossali la cui gestione sfugge ai più. La Zakat è uno dei 5 pilastri dell’Islam ma nelle società islamica non ha ancora assolto alla sua funzione principale cioè essere un meccanismo redistributivo e assistenziale efficace per ridurre la povertà. Il secondo dato, di natura socio-culturale, riguarda l’uomo musulmano nella sua dimensione ontologica esistenziale. È questa una questione decisiva per capire i ritardi e le omissioni delle comunità musulmane. In questa ottica, per dare risposte serie e durature alle richieste di libertà servirebbe una vera rivoluzione culturale che contempli un cambio di mentalità e alimenti una nuova vitalità sociale.

In sostanza la questione antropologica e culturale qui richiamata si esplicita in una difficoltà cronica dei popoli musulmani a tematizzare in maniera chiara la problematica della libertà. La ragione di tale difficoltà sta nel fatto che le mentalità spesso sono chiuse all’interno di una cultura in preda alle catene del fatalismo e dell’alienazione. Spesso l’essere musulmano cioè «sottomesso alla volontà di Dio» viene interpretato in modo tale che diventi un freno inibitore per la liberazione e l’emancipazione sociale. E dunque la liberazione dell’uomo musulmano non può non significare uno sforzo consapevole per disfarsi dalla schizofrenia esistenziale che lo mette in situazione di lacerazione interiore tra due polarità: la gestione della vita terrena e la conquista del paradiso celeste. Per uscire da questa gabbia ontologica l’uomo musulmano non può non rivisitare la declinazione sociale dell’idea di sottomissione alla volontà di Dio. Forse, a questo punto sarebbe auspicabile nell’ambito dell’Islam una nuova teologia della liberazione che apra un percorso verso la costruzione di una società civile islamica libera, aperta e solidale.

Aly Baba Faye