L'Appunto di Aly Baba Faye

Archive for febbraio 2011

Il sindaco e la magagna somala

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 Rieccoci. Come fu per altre circostanze, è bastato un fatto di cronaca nera con un immigrato protagonsita, per veder riaffiorare razzismi e pregiudizi. La recente vicenda dello stupro di una giovane ragazza ad opera di tre giovani somali ha scatenato una reazione scomposta del sindaco Alemanno. Come da copione, invece di prendersela direttamente con i colpevoli, il primo cittadino della Capitale  se la prende con la comunità somala. Il problema sono i somali sembra aver pensato. Ed è questa forse l’unica motivazione per cui, senza attendere l’esito dell’indagine  per  individuare i reponsabili, il sindaco ha ordinato lo sgombero immediato dell’ex-sede dell’ambasciata somala occupata ormai da anni da un gruppo di profughi somali. Una risposta demagogica  quella del sindaco per tentare di sopperire alla propria incoerenza  politica sui temi della sicurezza su cui aveva speculato tanto da vincere le elezioni. Oggi con il senno di poi si vede come nella Capitale non sia cambiata nulla rispetto a prima e che le promesse di Alemanno erano solo una cinica operazione di propaganda elettoralistica. Comunque, non è la prima volta che un titolare del Campidoglio faccia una performance così assurda. Era capitata all’ex-sindaco Veltroni il quale dopo il “caso Reggiani” pretese e ottenne dal Governo di centrosinistra la decretazione d’urgenza sul tema della sicurezza. Allora nell’arco di una notte fu varato dall’allora titolare del Viminale Giuliano Amato un pacchetto sicurezza all’insegna della Tolleranza Zero. E ancora oggi rituona la reazione scomposta dell’allora Sindaco di Roma, quando davanti ai media pronunciò la sua sentenza: “il problema sono i rumeni“. Insomma, da un pò di anni a questa parte, nella culla della civiltà giuridica i primi cittadini sembrano non sapere cosa sia la responsabilità soggettiva quando si parla di reato.  In ogni caso, la reazione di Alemanno ora e di Veltroni allora sono un approccio inaccettabile ai temi della legalità e della sicurezza. Legare la colpevolezza di un immigrato alla sua appartenenza è un fatto pericoloso e deplorevole che rischia di minare le basi della convivenza civile. Non è forse questo lo stesso meccanismo che portò qualcuno ad organizzare le deportazioni verso Auswitch? Adesso basta! E’ ora di uscire dalla stretta tra lassismo e razzismo (leggi qui), è ora che la politica affronti il tema della sicurezza senza demagogia né cortocircuito morale. Per fare questo c’è da rifiutare categoricamente ogni equazione volta a stabilire un nesso tra identità e criminalità. Questo sì che è una tara per chi è chiamato a guidare una comunità multietnica e multiculturale. Affinare li leggi e pretendere la certezza della pena è un dovere di chi ha responsabilità di governo. Proteggere i propri cittadini prevenendo il crimine e reprimendo il reato sono un imperativo morale. Quel che è inaccettabile è  il bullismo politico che usa cinicamente il bisogno di sicurezza per alimentare l’odio e incitare alla violenza nei confronti delle popolazioni immigrate. Questione di onestà!

Written by Aly Baba Faye

28 febbraio 2011 at 19:12

Trattato Italia-Libia: non solo congelare ma rinegoziare!

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In questi giorni drammatici nei quali il caso libico ha segnato la deriva violenta del palazzo contro le manifestazioni di piazza, c’è chi chiede la sospensione del fammigerato Trattato Italia-Libia. Capisco il bisogno di fare qualche cosa, la volontà di dare un segnale politico ma francamente trovo inutile la richiesta del congelamento diel sudetto Trattato. Di fatto, lo Stato libico oggi non è nel pieno delle sue prerogative. Dunque alcuni punti “qualificanti” del Trattato non possono essere attuati in questa fase.  Come il punto relativo al controllo dell’immigrazione clandestina sia con i respingimenti che via i controlli terrestri. La ragione è ovvia e riguarda difficoltà  sia di natura logistico-organizzativa che etico-politica. Ve lo immaginate l’Italia che, in questi giorni di emergenza umanitaria, si adopera a fare dei respingimenti verso la Libia? Anche se ormai tutto è possibile, ritengo questa ipotesi inconcepibile. L’Italia ha degli obblighi politici e morali che derivano dalla sottoscrizione di Convenzioni  internazionali oltre che dai dettami della sua Costituzione. E comunque, nelle condizioni date il Regime non è un interlocutore nel pieno dei suoi poteri e delle sue prerogative. In questa fase le istituzioni libiche sono fuori da ogni normalità istituzionale nella gestione degli affari interni e  figuriamoci poi le relazioni esterne. Dunque non cambia granché chiedere il congelamento del trattato che di fatto non può essere applicato in questa situazione fase. Almeno che qualcuno in Italia non dia per scontato il dovere di accogliere chi fugge dalla mattanza del capo beduino. Dunque, in questa fase non può non esserci una moratoria sui respingimenti verso il braccio della morte. L’Italia non può permettersi questo sfreggio così grave alla sua Costituzione e che le porrebbe fuori dall’alveo dei paesi civili. Dunque, più che di congelamento, c’è l’esigenza di mettere in agenda la prossima rinegoziazzione del Trattato almeno sui temi dell’immigrazione. Oggi, a consuntivo, si può dire che sia stato un crimine politico aver consegnato il destino di decine di migliaia di migranti e profughi ad un dittatore spietato come Gheddafi il quale, tra l’altro, non è neanche firmatario della Convenzione di Ginevra per i rifugiati né della Convenzione ONU sui diritti umani. Per tutto parla il bilancio dell’applicazione del Trattato che dà conto di una “Shoah nel Sahara” ad opera del Regime con la complicità dell’Italia. Poi pensare solo al fatto che il Frontex possa pattugliare le coste sud del  Mediterraneo nel momento in cui si sta consumando una vera tragedia umana è un’offesa grave alla civiltà. Oggi la credibilità dell’UE rischia di essere minata nelle sue fondamenta se non si torna indietro sulle logiche di paura e di cinismo.  Questione di umanità!

Frattini e la politica estere(fatta)!

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 Mentre l’area del Mediterraneo è attraversato da eventi politici di portata storica, l’Italia si distingue per inadeguatezza del suo governo. Nonostante la sua posizione strategica, nel cuore del Mediterraneo, l’Italia dimostra di non disporre di una politica estera degna di questo nome. Invece di un forte protagonismo politico,  invece di un ruolo attivo per posizionarsi come paese leader in una delle aree geopolitiche più importanti, spicca in questa frangente il cinsimo e la mediocrità del governo italiano. Questo dato si è reso più evidente nel caso libico, paese con il quale l’Italia ha dei rapporti particolari. Il governo per bocca di due suoi due ministri, quello dell’Interno e quello degli Esteri, guarda alle vicende arabe solo in termini di rischio di nuovi sbarchi di clandestini e di eventuali perdità di qualche commesse per le imprese italiane. Di diplomazia politica non c’è traccia che non siano le amicizie personali (politiche) del capo del governo. Frequentazioni imbarazzanti con leaders autoritari come Putin e appunto Gheddafi. Per quest’ultimo poi il governo ha persino calato le mutande consentendo al Capo beduino di allestire la sua tenda beduina nel cuore della Città Eterna. Un vero ed improprio atto di prostituzione diplomatica in puro stile  bunga bunga. Uno sfregio alla dignità delle donne e  un’umiliziazione dei cittadini italiani. Insomma, all’amico Gheddafi è consentito di tutto e di più. Un pò per codardia e un pò per riconoscenza. Infatti, a lui l’italia ha affidato un compito gravoso: quello di compiere un genocidio di poveri migranti in barba alle convenzioni internazionali e al rispetto dei diritti umani. Povera Italia in che mani sei finita? Come sei caduta in basso! In questi giorni  la marginalizzazione del’Italia è imbarazzante sia per le vicende interne che esterne. Ne sono una prova le dichiarazioni deliranti del ministro degli Esteri Franco Frattini. Infatti, dall’inizio dell’onda di protesta di piazza nei paesi della sponda sud del Mediterraneo abbiamo potuto costatare la gravità del vuoto diplomatico. Basta ricordare le  uscite estemporanee di Frattini il quale, di volta in volta, invoca un non precisato “Piano Marshall”,  imminenti invasioni  berberiche e adesso soluzione di riconciliazione pacifica per scongiurare il pericolo di nascita di un “Emirato islamico” nella parte Est diella Libia. Scandaloso è altresì il fatto che il governo si sia schierato esplicitamente con Saif El Islam, il figlio del  Raìs, il quale annuncia la guerra civile e il massacro dei manifestanti. Più delirante è il fatto che il ministro degli esteri abbia persino diffidato l’Unione Europea dall’interferire nella vicenda libica e di non esportare la democrazia. Roba da matti! O Frattini è un cretino oppure ritiene che gli italiani siano un popolo di cretini. Ora qualcuno dovrebbe chiedere le sue dimissioni immediate. Davvero basta! Mandiamo a casa questi maghi della mediocrità, questi prestigiatori del nulla. Ora riprendiamoci l’Italia, la sua faccia e la sua vocazione. Questione di dignità!

Written by Aly Baba Faye

21 febbraio 2011 at 13:17

Benigni: un italiano s’è desta!

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Ancora Roberto Benigni. Géniale come al suo solito. Acuto e penetrante nella sua comunicazione. Abile a denunciare il dramma di un paese smarrito. Pronto a chiamare il popolo a ri-guardarsi e a riconoscersi. Determinato ad aiutarlo a ritorvare se stesso. Con leggerezza fa un’arringa dota a favore della ressurezione. Solo chi cade può risorgere  recitava l’adagio. E Benigni lo sa e ne fa il cuore e la ragione della sua arringa. Lo fa usando un linguaggio preciso,  a tratti colorato da qualche sprazzo di comicità, com’è  ormai riconoscibile nello stile. Lo fa come meglio non si può cioè al grido di l’Italia s’è desta. Dunque per amor di patria,  senza propaganda  né populismo, Benigni lancia  un invito e una esortazione.  Il sano patriottismo –dice Benigni- è una cosa bellissima. E’ il nazionalismo che è malattia e il razzismo follia. Dunque grida a tutto il mondo che l’Italia è un grande paese e  merita di più. Questo paese ha regalato al mondo tantissime belle cose. La civiltà  Romana ha lasciato impronte indelebili nella storia dell’Umanità.  Gli italiani non possono perdere la faccia nel mondo. L’Italia non può rinunciare al suo status di paese faro della Civiltà Universale.  Roberto  Benigni lo sa e lo rivendica. Davvero emozionante la performance di ieri a Sanremo (qui il video). Davvero una bellissima serata per l’Italia. E Dio sa quanto ne avevamo bisogna di sentire qualche parola di conforto. Dal testo dell’inno nazionale costruisce il suo inno d’amore. Un’operazione di rilettura dell’Inno di Mameli. Perfetta esegesi per un nuovo eloquio sulle radici della Republica. Ma anche omaggio alla storia millenaria della Penisola Benedetta, luogo di grande Civiltà e capitale di umanesimo universale. Dunque in pochi minuti sul palco del Teatro Ariston,  dove si svolge  il Festival della canzone italiana, Benigni ha perorato con candore la causa italiana. E davvero ci voleva una voce credibile per toccare l’anima profonda del popolo. In questo giorni cupi dove la mediocrità e la meschinità sembrano aver offuscato il genio del popolo, serviva un discorso al cuore della nazione. Allora chi meglio di un grande italiano poteva re-interpretare il Canto degli Italiani? Chi meglio di un grande italiano poteva farlo credibilmente dando così un’iniezione di autostima e di coraggio per proseguire sul solco tracciato dai padri fondatori? Certamente Benigni lo può fare e lo ha fatto nel migliore dei modi possibili appunto  con leggerezza e in modo lieve ma nel contempo toccante.  Anche se a volte non si coglie l’essenza profonda delle cose che dice, perchè vengono espresse con una tale semplicità da non apparire come realmente sono, cioè straordinarie. Questione di pathos!

Written by Aly Baba Faye

18 febbraio 2011 at 14:59

Società civile nel mondo islamico!

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Un vento di libertà soffia sul fuoco delle rivolte nel mondo arabo-musulmano. E come per effetto domino le piazze si riempiono da un paese all’altro, dal Nord Africa al Medio Oriente. Sta succedendo qualcosa che solo due mesi fa era impensabile. E la natura stessa delle rivolte è altresì sorprendente, almeno per quelle latitudini: la Piazza che sfida il Palazzo chiedendo libertà, dignità e democrazia. Insomma un fatto “rivoluzionario”. Finora il mondo arabo-musulmano ci aveva abituato a mobilitazioni popolari dove però le parole d’ordine erano impregnate di un nazionalismo fatwista. Piazze convocate per biasimare i nemici esterni. Sempre gli stessi: Stati Uniti e Israele. L’imperialismo e il sionismo. Quindi reagire contro gli usurpatori era questione di dignità e manifestazione d’identità. Piazze piene di persone rabbiose e a tratti anche violente al grido di “morte al yankee” e “morte ad Israele”. Erano manifestazioni che offrivano il medesimo spettacolo rituale e la stessa scenografia di bandiere bruciate. Questa volta no. Non è lo stesso registro. Questa volta è diverso. Dunque nessuna bandiera bruciata. Niente maledizione di nemici esterni. Niente capri espiatori. Nulla di tutto questo. A portare la gente in piazza sono ragioni legate alla dialettica interna. Questa volta lo sguardo delle piazze sa più di introspezione. Uno specchiarsi collettivo. Una seduta di auto-analisi della società e della sua gestione. Dunque società che riflettono. Popoli che guardano al proprio ombelico per mettere a nudo le proprie inadeguatezze. Senza scarica barile. Dittatura e corruzione, ingiustizia sociale e  nuove povertà, mancanza di libertà e deficit di democrazia sono problemi delle società arabo-musulmane. Bisogna uscire dall’oscuranstismo e dal feudalismo. Oggi,  le società arabo-musulmane vogliono voltare pagina. Vogliono uscire dal letargo. Vogliono uscire da una crisi frutto della sospensione tra lo status quo di una civiltà antica e le nuove spinte moderniste di una gioventù illuminata dalle luci della civiltà globale.  Ora bisogna entrare nel Terzo Millennio. Bisogna stare al mondo con la testa alta. I Popoli sono stanchi della repressione e della corruzione. La gente non ce la fa più a sentirsi ostaggi di politici corrotti e di dittature senza scrupoli. Khalass cioè  Basta. E così la diagnosi dei mali ha richiesto terapie d’urto. Bisogna guarire dalla paralisi e liberarsi dalla frustazione. Ecco allora che si va in piazza per mandare via i responsabili dei fallimenti politici e di gestione delle società arabe. Ecco che al fatalismo del Maktub, che si affiderebbe esclusivamente al buon Voler Divino,  la gente sovrappone la forza della ribellione. Ecco che il protagonismo delle piazze prefigura la nascita di una società civile nel mondo arabo. E’ questa una  premessa necessaria per cambiare il mondo. Questione di sovvertimento!

Written by Aly Baba Faye

15 febbraio 2011 at 14:30

Ora collera anche in Libia

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Dopo la caduta di Ben Ali eravamo in molti ad auspicare l’effetto domino. Nei cuori e nelle menti dei molti combattenti per la libertà c’era un desiderio: che la Rivoluzione nel Mediterranea portasse cambiamenti positivi. Dall’Algeria, alla Tunisia, dall’Egitto allo Yemen ora la rivolta contro le dittature potrebbe far cadere il più longevo dei raìs: Muammar Gheddafi. L’opposizione politica a sua maestà vuole sfruttare l’onda del “change” che investe molti paesi del Mediterraneo per stabilire una nuova democrazia in Libia. Non sarà facile. La Libia è un paese particolare. Comunque la manifestazione dell’opposizione prevista per il 17 febbraio è già un fatto politico importante a prescindere dall’esito che potrà dare. Per ora l’annuncio sembra aver già prodotto qualche effetto. Le autorità  paventano rischi di degenerazioni che potrebbero creare un caos nel Paese. Il regime per ora agita lo spauracchio di manipolazioni esterne. In particolare addita il Mossad cioè i servizi segreti israeliani. Ma si capisce quanto può essere strumentale tirare in ballo Israele. Nel mondo arabo-musulmano il sionismo è sempre un argomento forte come lo è specularmente il pericolo islamico nell’immaginario occidentale. Insomma al tempo dello scontro di civiltà qualunque cosa succede è colpa di Israele e dell’Islam a secondo degli schieramenti. Ed è quel che  io chiamo la Sindrome di Jerusalem.  Comunque sia quel che sta accadendo in queste ore presenta analogie con quel che è avvenuto in Tunisia e e in Egitto. Il ruolo della Rete come piattaforma per l’organizzazione delle proteste viene riportato da AlSharq Al-Awsat, il principale quotidiano arabo internazionale con sede a Londra, che informa che alcuni gruppi libici hanno utilizzato Internet per organizzare la “giornata della collera”. E’ la prima volta che le autorità mostrano timore per una possibile rivolta. Da tre giorni il colonnello sta convocando attivisti politici e giornalisti per fare chiarezza e tentare di contenere la protesta. Gheddafi si rivolge in particolar modo ai giovani, che maggiormente prenderanno parte alle proteste. Se la prende con la TV araba Al-Jazeera colpevole,  a suo dire, di essere al libro-paga della CIA e del Mossad per incitare la ribellione in Libia. Dopo i sommivimenti in Egitto e in Tunisia, paesi confinanti con la Libia. “E’ sbagliato prendersela con Hosni Mubarak, che è un uomo povero, non ha neanche i soldi per i suoi vestiti e più volte lo abbiamo aiutato. Quanto sta accadendo in Egitto è tutta opera dei servizi segreti israeliani“. Ma si sa il nemico esterno e il capro espiatorio vengono sempre chiamati a soccorso dei fallimenti politici. Ora però questo giochetto potrebbe non bastare al vecchio regime per salvarsi. Questione di collera!

Written by Aly Baba Faye

9 febbraio 2011 at 14:22

Il “ci sono” di Mario Monti

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 Che Mario Monti fosse una personalità che piace al Corriere della Sera lo sanno tutti. Che potesse essere una risorsa per sostituire B. ci stanno lavorando da  un pò di tempo. Per il quotidiano di via solferino il famoso “Pàpa Straniero” ha il volto di Mario Monti. Infatti, l’ex-commissario europeo alla concorrenza, oltre ad essere un editorialista del Corriere è il loro candidato ideale per sostituire B. in un’auspicato (per loro) Esecutivo di Transizione. Ultimamente, infatti, gli interventi di Monti hanno un sapore più politico del solito. E vien da pensare che lo abbiano convinto che possa essere una risorsa importante in questa fase storica del paese. A far pensare a questo è anche l’editoriale di Monti sul Corriere di oggi (vedi qui). Un autentico atto di candidatura o quanto meno una manifestazione di disponibilità. Monti sceglie un terreno a lui congeniale per invitare eventuali alleati come Bersani e Tremonti a trovare una possibile base di convergenza sulle riforme economiche. L’occasione gli è offerta dall’ennesimo annuncio di una rivoluzione liberale (mai avviata da B.) che sembra animare il “Piano per la crescita” che il governo si accinge a varare. Monti, mettendo i puntini sugli i, fa suo quell’approccio di “liberismo disciplinato e rigoroso” che sembra ispirare il desiderio di svolta della politica economica del Governo. Monti interviene anche con indicazioni sulla direzione da intraprendere. Dice che servirebbero delle riforme o degli aggiustamenti “tecnici” per oliare il sistema e far ripartire la crescita. Ma a questo suo ragionamento, a dire il vero più politico che tecnico, si potrebbe obbiettare dicendo che la natura della crisi richiede molto altro. Con una battuta gli si potrebbe dire che ad essere bloccata non è solo l’economia ma la società italiana. Una simile considerazione comporta un rovesciamento delle priorità nell’agenda del paese. Dunque le proposte, pur considerevoli di “Mister Concorrenza”, scalano di posizione. Insomma, l’agenda delle riforme mette oggi ai primi posti una serie di riforme che non si esauriscono con “l‘abolizione, per tutte le professioni, delle tariffe minime, del numero chiuso, delle restrizioni territoriali, del divieto di farsi concorrenza con la pubblicità“. Certo sono misure importanti ma non risolutive dei problemi del paese. Insomma, dalla spirale depressiva si esce affrontando la  grande questione sociale del precariato che si esplicita con l’alto tasso di disoccupazione giovanile, l’impoverimento progressivo dei ceti medi, il sovra-indebitamento delle famiglie. L’uscita della crisi passa propria dalla capacità di affrontare questi nodi critici. Oggi per rilanciare la crescita, o meglio per uscire dal vortice del declino, del sistema Italia, ci sono scelte fondamentali da fare come  ad esempio l’urgenza di contenere la depressione dei consumi. Servono misure per rafforzare la domanda interna e per stimolare le esportazioni. Servono misure per allargare l’occupabilità. Servono misure di contenimento dell’inflazione. Poi tra le altre urgenze cito anche l’esigenza di una politica  industriale nuova che consideri anche la riconversione ecologica, una nuova fiscalità sociale ecc.. Insomma, nella crisi  si è entrata da destra e se ne esce da sinistra. Non alludo ad un pensiero d sinistra “mainstream”. E Mario Monti lo sa bene. Tuttavià nel suo editoriale si leggi una premura per il fatto che B. e Tremonti rischiano di soffiargli uno degli argomenti su cui ha una indiscussa autorevolezza. Questione di leadership!

Written by Aly Baba Faye

6 febbraio 2011 at 16:18