L'Appunto di Aly Baba Faye

Archive for gennaio 2011

Crisi Egiziana: l’Imbarazzo Occidentale

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I sommovimenti politici che stanno attraversando i paesi del Maghreb hanno nella crisi egiziana il dato più delicato per gli equilibri geopolitici mondiali. Gli echi di voci dalle piazze maghrebine tuonano forte nelle sedi delle cancellerie occidentali. Infatti i governi occidentali, a cominciare da Washington, si ritrovano stretti nel triangolo asfissiante di un disposto combinato tra l’esigenza di salvaguardare delle alleanze strategiche, il dovere di coerenza del discorso sulla democrazia e infine la gestione delle loro opinioni pubbliche che manifestano simpatie con le piazze in rivolta. Nel caso dell’Egitto, l’imbarazzo occidentale deriva dal fatto che ad essere al centro delle ribellioni di popolo è uno tra i loro alleati più preziosi nell’area. Mubarack e Ben Ali sono leaders che hanno sempre garantito stabilità e sicurezza anche a costi alti in termini di rispetto dei diritti umani e delle libertà civili. Ciò vale anche per lo Yemen. Mubarak è stata una figura di garanzia contro l’ascesa del fondamentalismo islamico e contro l’egemonia di potenze a loro avverse come l’Iran. Il Canale di Suez è di vitale importanza per le importazioni europee di petrolio e di prodotti a buon mercato asiatico. Perciò l’atteggiamento nei suoi confronti è dettato dall’ambiguità: da un lato l’Occidente non può più sostenere un regime che da 30 anni governa facendosi baffo dei principi di democrazia e di rispetto dei diritti umani e d’altra parte non si può così al buio scaricare il gendarme anche perché le ribellioni di popolo potrebbero avere esiti non desiderati. Questa ambiguità dei governi occidentali non sfugge alle forze di opposizioni in Egitto. Oggi la dichiarazione di Mohamed El Baradei, principale oppositore di Mubarak è molto significativa. In modo laconico l’ex-Direttore dell’AIEA dice che “Se il regime non cade, l’intifada del popolo continuerà“. Sono parole sapientemente dosate da un personaggio navigato come El Baradei che conosce molto bene i giochi della diplomazia internazionale. Nella sua dichiarazione c’è una parola chiave “Intifada” che è un monito alle potenze esterne di evitare un sostegno forzato a Mubarak contro la volontà popolare. Allora meglio convincere Mubarak a uscire di scena in modo pacifico e negoziare il cambio di regime per calmare gli animi. Altrimenti il logoramento del regime di Mubarak sarà anche una “sconfitta dell’Occidente” nel cuore dei popoli. E questo potrebbe prefigurare una tra le peggiori soluzioni della crisi: consegnare l’Egitto ai “fratelli musulmani” e lasciare mani libere all’Iran come forza egemone nella regione. Dunque a buon intenditore, poche parole. Ora per i governi occidentali c’è l’esigenza di trovare la quadra per evitare la destabilizzazione dell’Egitto e lo sconvolgimento della geopolitica mondiale. Questione di politica!

Written by Aly Baba Faye

29 gennaio 2011 at 17:51

Vento del Mare di Mezzo

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Come per non smentire il suo ruolo storico e la vocazione di luogo di dinamismo e di innovazione sociale e culturale, l’area del Mediterraneo è di questi tempi al centro di vicende che possono segnare nuovi slanci di ristrutturazione della Civiltà Umana. Se la crisi economica, nel biennio appena finito, ha mostrato tutta la sua gravità come processo di cedimento sistemico lo si è potuto vedere soprattutto nei paesi attorno al Mare di mezzo. Dalla Grecia all’Albania, dal Portogallo alla Spagna (e in misura minore anche l’Italia) il rischio di fallimento economico di Stati sovrani si è manifestato proprio in paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Sul piano politico anche l’area sta diventando il centro nevralgico di una situazione destinata a segnare gli assetti geopolitici futuri. Dalla Tunisia all’Egitto, passando per l’Algeria, le rivolte popolari, che potrebbero contaminare altri paesi vicini come il Marocco e la Libia, potrebbero altresì aver effetti di portata mondiale. Insomma, soffia sul Mediterraneo un vento di cambiamento che avrà conseguenze forti sugli equilibri geopolitici, sulla pace e la sicurezza. La fine del regime di Ben Ali in Tunisia e il tentativo da parte degli egiziani di emulare i fratelli tunisini cacciando via  Hosni Mubarak possono avere ripercussioni inattese. L’Egitto non è un paese qualsiasi. Il Paese dei Faraoni è la più antica delle grandi Civiltà Umana. E l’Egitto ha una posizione geografica di cerniera: è un paese africano che si congiunge con il Medio Oriente. L’Egitto ha sempre giocato un ruolo decisivo negli equilibri geopolitici mediorientali. E al di là della sua centralità nel Medio Oriente, l’Egitto potrebbe avere un ruolo più importante anche in Africa soprattutto per lo spostamento del baricentro dei rapporti geostrategici sul suolo africano. Il futuro della contesa tra Occidente e  Oriente si giocherà sul suolo africano. Dunque l’Egitto è un paese strategico. La caduta – auspicabile di Mubarak-  rischia però di avere effetti destabilizzanti se non si riesce a gestire il cambiamento. Infatti, dagli esiti della crisi egiziana dipenderà il futuro della geopolitica mondiale. Certo l’eventuale caduta di Mubarak comporta il rischio per Israele di perdere un alleato fedele. Ma tenere ancora Mubarak può essere a medio termine il più grande regalo che si potrebbe fare ai fratelli musulmani in quanto si potrebbe replicare un nuovo “Effetto Hamas” in Egitto. Forse per questa ragione bisogna aiutare Mubarak ad andarsene e affidare la transizione ad una persona di garanzia come El Baradei che potrebbe riassestare la situazione e fare alcune riforme sociali. Questione di equilibrio!

Written by Aly Baba Faye

28 gennaio 2011 at 18:54

Mirafiori: il tema della dignità

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46% è una percentuale alta. Nella misura di ogni cosa è una proporzione che si avvicina alla metà. Nello specifico dei dati sul referendum di Mirafiori, questa percentuale assume una valenza politica forte. Un dato la cui importanza  non è da considerare soltanto nel registro della valutazione aritmetica. Non c’è dubbio che quel 46% di No al ricatto di Marchionne è la cifra di una vittoria morale. E’ la rappresentazione plastica del rifiuto di un tentativo di mortificare la dignità delle persone. In questa prospettiva, anche nei Sì, espressi solo per necessità e per paura, ci sta una volontà di difendere la dignità sociale. Perché in questa Repubblica fondata sul lavoro “chi  perde il lavoro perde dignità sociale”. Per questa ragione il referendum di ieri a Mirafiori non potrà mai essere una vittoria del paese. Marchionne, per il mestiere che svolge, sarà pure contento di poter finalmente fare come gli pare e piace. Ma la sua è solo una vittoria di pirro, almeno  se si guarda alle cose sul piano etico e sociale. Certo da un punto di vista del Business, l’AD del Lingotto avrà pure conquistato un tassello importante nel suo disegno economicistico. Tuttavia si tratta di una conquista da capitalismo di rapina che, in giro per il mondo, sta distruggendo l’ambiente e disgregando le società. Un capitalismo per cui le persone sono solo numeri da piegare alle esigenze della produzione: appunto come fattori produttivi. Non importa se sono padri o madri di famiglia; non importa se i loro figli possono morire di fame; non importa se possono finire sulla strada come clochards. Insomma, non importa nulla che non sia l’accumulazione di profitti. Ma che civiltà è quella per cui le persone e i loro bisogni non contano nulla? Che civiltà è quella per cui una persona che lavora in una fabbrica non può permettersi di comprare il prodotto che egli stesso ha contribuito a costruire? Che civiltà è quella per cui la persona deve vendere la propria vita per poter sopravvivere? Ma che valore attribuire all’umanità e alla socialità? Che valore ha per l’economia la felicità e la libertà delle persone? Ecco ieri sera il 46% di No ma anche molti altri Sì, per ragioni diverse, ci richiamano a riflettere su un concetto: la dignità. Cioè quella cosa che le popolazioni civili stanno chiedendo nelle strade della Tunisia e in Algeria. Quella dignità che l’economia non sa né vuole riconoscere anche se di fatto è la quintessenza della Politica. Infatti quel che viene sbandierata come  libertà di mercato è prima di tutto l’estromissione della politica nello spazio pubblico. Se resta solo il politicantismo non ci si libererà mai dalla mercantilizzazione delle relazioni umane. Dunque stamane mi sono svegliato con la speranza di poter sognare una nuova realtà che ricompatti le ragioni dell’economia e della socialità, che è un sogno di libertà. Perciò dico grazie agli operai di Mirafiori e ai ragazzi della Tunisia e dell’Algeria che stanno combattendo una battaglia che ci riguarda tutti come esseri umani. Merçi pour les combattants de la liberté pour que vive la dignité. Questione di liberazione!

Written by Aly Baba Faye

15 gennaio 2011 at 10:28

Global Attack!

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E’ in corso una forte offensiva dei globalizzatori contro l’ultimo baluardo della democrazia: il sindacato. Non sto parlando solo del Piano Marchionne a Mirafiori ma dei vari governatori di stati americani (vedi qui) mobilitati in un’inedita iniziativa contro il sindacato e contro il diritto alla contrattazione collettiva. Mentre Marchionne esternava il suo ricatto ai lavoratori di Mirafiori (vedi qui), dall altra parte dell’Oceano, infatti, una schiera trasversale di governatori si è mobilitata per sostenere legislazioni e norme che più antisindacale non si può. Si è arrivati persino a voler mettere in discussione il diritto dei lavoratori a organizzarsi in sindacato. Ai sindacati si vuol negare legittimità e titolarità negoziale. Dunque, è in corso una vertenza al rovescio, che per ora riguarda il pubblico impiego. La fronda antisindacale intende fermare gli aumenti di stipendi e pensioni dei dipendenti pubblici ritenuti un peso gravoso sui bilanci statali. Qualche giorno fa il governatore democratico di New York, Andrew M. Cuomo, chiedeva il congelamento per 1 anno degli aumenti di stipendi per i dipendenti pubblici. Misura che secondo lui avrebbe consentito un risparmio di più di 200 milioni dollari sulla spesa del suo Stato. Comunque, la fronda comprende eletti e managers pubblici impegnati alla ricerca di una soluzione per togliere il sindacato di mezzo. Inoltre, si parla anche di nuove norme sul lavoro che vieti anche il diritto di sciopero nel settore pubblico. Quel che colpisce del dibattito contro il sindacato nel pubblico impiego è il consenso che il discorso antisindacale riscuote nell’opinione pubblica. Infatti, di fronte al crescente deficit di bilancio e il continuo aumento della pressione fiscale, è gioco facile mettere i contribuenti contro i dipendenti pubblici dipinti come dei “privilegiati pagati profumatamente con i soldi delle tasse”. “Non possiamo più vivere in una società dove i dipendenti pubblici sono i ricchi e i contribuenti sono i non abbienti” dice Scott Walker governatore republicano del Wisconsin. Molti legislatori repubblicani in Indiana, Maine, Missouri e altri Stati hanno in programma di  varare legge che blocchino la strada ai sindacati anche nel settore privato. In Ohio, il nuovo governatore repubblicano, seguendo il precedente di altri Stati, vuol “vietare gli scioperi da parte degli insegnanti della scuola pubblica“.  Tant’è! Resta ovvio che molte delle proposte non potranno diventare legge, nel breve periodo, ma l’idea che i sindacati e il diritto alla contrattazione siano un freno alla competitività del settore privato e che favoriscono il parassitismo nella società rischia di farsi cultura. Perciò risulta evidente che dalla guerra contro il sindacato passa l’affermazione definitiva di quell’idea di globalizzazione per cui i diritti sono solo dei privilegi. In questa prospettiva Marchionne è molto in linea con i promotori americani del discorso “tutto mercato” professato dal Gotha della “Global Economy” (Forum di Davos) che detta regole di governance basata sul laisser faire senza intralci di discorsi relativi a diritti del lavoro e dignità dei lavoratori. Dunque, l’operazione Mirafiori, va oltre l’idea di salvaguardia di uno stabilimento ma prefigura un colpo fatale contro il sindacato e la sua  legittimità. Questione di lotta!

Written by Aly Baba Faye

4 gennaio 2011 at 13:50

Il Dio dei massacri

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In Egitto come in Nigeria i cosiddetti conflitti religiosi stanno dilaniando il continente africano. Certo non è solo un problema dell’Africa. Anche in Asia la situazione della convivenza tra diversi è complicata. Lo stesso si può dire delle aree cosmopolite di metropoli occidentali dove razzismo e xenofobia alimentano conflitti virulenti lungo le linea della diversità. In diverse parti del Mondo foccolai di tensione si moltiplicano e si consumano guerre di faglia lungo le frontiere di appartenenze culturali o religiose. Infatti, i massacri contro qualche gruppo etnico o culturale oppure le persecuzioni contro una minoranza religiosa di turno, spesso sono solo una valvola di sfogo di un malessere sociale e una disperazione umana che si esprimono in quel che viene individuato come il Disagio della Civiltà. Il tema dunque non riguarda solo la libertà religiosa né tantomeno la persecuzioni di cristiani in Medioriente, di palestinesi in Israele oppure di musulmani in Europa. Qui c’è qualcosa di più che riguarda la nostra comune condizione umana iimprigionata in una inciviltà globalizzata. L’Africa oggi è l’emblema della crisi della civiltà umana con il suo corredo di violenza, disperazione e  mortificazione della dignità della persona umana. E’ questo il tema che si cela dietro i fattacci della Nigeria e dei massacri di capodanno in Egitto. Dunque non servono a molto le recriminazioni di barbarie altrui, le invocazioni di libertà religiose o gli appelli contro i massacri di minoranze religiose di turno. Rischiano di diventare solo parole al vento che inquinano la convivenza  tra i popoli se sono speculari alle logiche di odio e violenza. Invece c’è da affrontare i veri nodi della crisi che appunto è una crisi morale della Civiltà Umana. Il cuore della crisi sta nell’economia globale, nelle sue logiche di guerra, di rapina, di mercantilismo delle relazioni sociali. Con il dogma del Mercato, c’è da domandarsi oggi con quale faccia  l’Europa e il Mondo si presentano all’Africa pretendendo la tutela delle libertà religiose? Forse la libertà religiosa vale più della dignità dell’essere umano? Come si può prendere sul serio le parole del Vangelo, se chi ha titolarità alla sua difusione sa riconoscere il martirio dei soli “caduti della fede” e tace sui genocidi della quotidianità che vede centinaia di migliaia di cristiani morire di fame e di malattia? Perché il Vaticano non inveisce contro le banche, contro le multinazionali e contro un capitalismo selvaggio che mercifica la dignità degli esseri umani e minaccia l’equilibrio del pianeta? Si sa che oggi, il tema della religione e della religiosità è diventato centrale nella vita pubblica in ogni parte del mondo. Ma occorre riconoscere che non usciremo dall’intolleranza e dalle guerre di religioni se non riusciamo a liberarci dal Dogma del Mercato e dal Vangelo della mercificazione. Il Mercato globale e la Divinità dei folli sono le due facce della stessa medaglia quella del Dio Denaro. Dove pensiamo che Al Qaeda fa proseliti, nei quartiere bene delle metropoli africane o nelle bidonville delle periferie urbane? Sarà ora di uscire dalla logica maledetta della “crescita continua” per riporre la persona  al centro dell’economia. Sarà ora di promuovere una nuova visione cosmopolita che sia la base di un Umanesimo Universale. Questione di Conversione!