L'Appunto di Aly Baba Faye

Archive for dicembre 2010

Mirafiori: una Proposta Diabolica!

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 La vicenda dell’Accordo di Mirafiori fa discutere. Marchionne, da Global Player, è sempre più deciso a stravolgere le relazioni sindacali (vedi qui).  Lo fa guardando alla realtà del mercato globale. Infatti, dopo Pomigliano, è all’ordine del giorno l’intesa siglata ieri per lo stabilimento di Mirafiori. Un’intesa che ha avuto il consenso dei sindacati metalmeccanici ad eccezione della Fiom. Marchionne ha messo sul piatto un piano di investimento miliardario per quel che dovrà diventare Fabbrica Italia. A tale scopo è prevista lo scorporo della Fiat Auto e la successiva nascita di una nuova società Fiat-Chrysler. Il piano industriale proposto prevede l’avvio della produzione entro il secondo semestre del 2012. Nel frattempo, da febbraio 2011 fino all’avvio delle attività , è previsto un periodo di cassa integrazione a rotazione e un contestuale programma di formazione. Come contropartita all’investimento Marchionne vuole liberarsi da ogni condizionamento sindacale come molti dei suoi competitors d’altromondo. Per restare in Italia pretende nuove “regole su misura” per l’organizzazione del lavoro, a cominciare da alcune deroghe alla parte normativa del contratto nazionale relative a pause, assentismo, straordinari e clausola di responsabilità. Tutti nodi che rientrano dentro un pacchetto di flessibilità sia organizzativa che funzionale. Comunque se non è in discussione l’esistenza  dei due livelli di contrattazione  tuttavia si prevede una sorta di “devoluzione” di materie relative alla parte normativa  che finora erano di competenza nazionale. Ma la questione più delicata riguarda il nodo della rappresentanza e della democrazia sindacale. Emblematico  il ritorno alla rappresentanza sindacale aziendale dove vengono ammessi soltanto i sindacati firmatari dei contratti al posto delle rappresentanze sindacali unitari eletti dai lavoratori a prescindere dal fatto che i sindacati di appartenenza firmino o meno il contratto aziendale. Tradotto vuol dire che se un sindacato non firma l’accordo aziendale viene di fatto estromesso dalle dinamiche relazionali con la direzione.  Insomma una scelta che tende a dare legittimità dell’azione sindacale solo in base alla firma dell’accordo aziendale. Una questione che rimette in discussione i fondamenti stessi della democrazia sindacale in quanto di fatto è l’azienda che si sceglie i propri interlocutori e non tollera dissenso. Se questa scelta diventasse un  modello generalizzato ci sarebbe il rischio di un proliferare di sindacati gialli. Dunque, non solo la Fiom ma la stessa Confindustria si trova spiazzata dall’uscita di Marchionne dal perimetro della contrattazione collettiva nazionale. Infatti, c’è da aspettare l’incontro tra Federmeccanica e sindacati, il 24 gennaio, per capire se le deroghe al contratto nazionale faranno giurisprudenza oppure saranno un’eccezione concessa al settore auto. Infatti, solo un riconoscimento da parte di Confindustria di queste deroghe potrebbe riportare Mirafiori nell’alveo delle regole contrattuali. Invece, per la Fiom c’è da aspettare l’esito del referendum, quando i firmatari dell’intesa con il Lingotto sottoporranno l’accordo al voto dei lavoratori dello stabilimento. Dall’esito delle votazioni scaturirà  l’equilibrio dei rapporti di forza e il futuro scenario delle relazioni tra aziende e lavoratori e forse di tutto il sistema delle relazioni sindacali. In ogni caso si prospetta una nuova stagione non scevra di conflittualità, con scioperi e altre forme di stretta e momenti di tensione. Insomma, il Piano Marchionne è una “proposta diabolica” in quanto da un lato offre delle opportunità di salvaguardia dei livelli occupazionali anche con un piano di investimento consistente e una reale prospettiva di continuità produttiva dello stabilimento ma  dall’altro c’è da ingogliare il rospo di un grande operazione di dumping contrattuale sui diritti, sulle condizioni di lavoro e sulla stessa rappresentanza. Uno schema tipicamente padronale di scambio tra bisogni e diritti. Certo nel contesto di una globalizzazione che crea livellamento al ribasso, se davvero l’alternativa è  tra continuità produttiva e delocalizzazione all’estero, oppure tra occupabilità e disoccupazione allora sarà veramente difficile poter dire di no al ricatto del Piano Marchionne. Questione di sopravvivenza!

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Written by Aly Baba Faye

30 dicembre 2010 at 21:46

A consuntivo 2010!

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Anche il 2010 sta per finire. Ed è tempo di bilanci consuntivi. E’ il momento di pesare le cose, di valutare l’andamento dell’annata sia nella Global Society che nelle vicende di casa nostra. Ma in questo blog, c’è il vincolo della selettività che mi porta a scegliere ciò che è da custodire e ciò che è da dimenticare. Anche perché nessun compendio di storia potrà mai raccogliere tutti i fatti delle faccende umane.  D’altronde anche la Grande Storia è fatta  più da omissioni che da rivelazioni. E non può essere altrimenti! Infatti, la quotidianità,  vero registro della  civiltà, si smarrisce nel Grande libro della Storia. Eppure sono  le vicende della quotidianità la vera espressione delle civiltà umane. In ogni caso il consuntivo annuale mi porta a fare una mia personale selezione di fatti e/o eventi che ritengo più degni, nel bene e nel male, di essere custoditi  nella mia memoria. Dunque, sceglierò le 10 cose del 2010 che hanno suscitano in me emozione o speranza, oppure hanno destato preoccupazione o sconcerto. Ecco dunque il mio personale elenco: 1. la rivolta degli immigrati africani da Rosarno e la loro successiva deportazione (vedere qui) 2. Il terremoto di Haiti;  3. Il disastro ecologico della BP nel golfo di Messico (leggere qui); 4. Il Mondiale di calcio in Sudafrica e la civiltà sportiva dei popoli africani (vedere qui) 5. La liberazione di Aung San Suu Kyi 6. La vicenda dei minatori cileni 7. La fragilità dell’Unione Europea evidenziatasi con la crisi di Portogallo, Irlanda e Grecia 8.  L’elezione del primo sindaco nero in Slovenia 9. Il cosiddetto Cablegate e  Julian Assange che recita la parte di John F. Kennedy con le rivelazioni di Wikileaks  10. La crisi e il rischio implosione della Costa d’Avorio. Insomma  sono queste le 10 cose che segno a consuntivo del 2010 nella mia memoria. Invece, per quanto riguarda il preventivo, mi affido alla navigazione a vista confidando nella benevolenza del Destino. In fondo, c’è sempre la speranza di migliorare il mondo e per quanto mi riguarda personalmente la volontà di fare sempre la mia piccola parte. Questione di volontà!

Written by Aly Baba Faye

27 dicembre 2010 at 00:05

Ciao Aldo!

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Ho saputo della morte di Aldo Giunti. Se ne è andato stanotte un grande uomo e un grande dirigente della Cgil. Aldo faceva parte della schiera di partigiani che si sono dedicati alla causa del sindacalismo. Quei sindacalisti che erano espressioni della generazione degli “italiani migliori” come mi piace chiamarli. In quell’elenco ci sono nomi illustri come Vittorio Foa e Bruno Trentin e altri ancora. Aldo era passato dalla lotta partigiana alla segreteria generale della Camera del lavoro di Roma, poi dalla segreteria nazionale confederale alla segreteria generale della Funzione Pubblica. Il suo impegno è stato segnato da un rigore morale e una grande voglia di conquista di  un futuro migliore. Ho avuto l’onore e il piacere di conoscere Aldo quando sono entrato nel Direttivo Nazionale della Confederazione di Corso D’Italia. Erano i primi anni ’90 ed ero chiamato a gestire una nuova politica sindacale sull’immigrazione come Coordinatore Nazionale. Ho un bel ricordo di Giunti il “partigiano”. Aldo aveva una grande sensibilità umana e curiosità intellettuale. Ricordo il “tira e molla” tra lui e Ottaviano del Turco, lui romanista e Ottaviano laziale, ciascuno impegnato a fare proselitto per convertirmi alla  propria fede calcistica. Alla fine Aldo mi convinse di scegliere la Roma. Dunque fu Aldo a convincermi ad abbracciare la fede romanista. Da lui ho imparato la professione di fede “giallorossa”: la Roma si ama e non discute. Ma al di là del calcio, Aldo aveva condiviso con me alcuni fatti di memoria che lo hanno visto testimone. Mi raccontò la storia di Giuseppe, un “partigiano nero”. Secondo lui poteva venire dal Senegal ed era una persona straordinaria che ha salvato la vita di molti romani durante la Guerra. Certamente era uno di quei “tirailleurs senegalesi” arruolati nell’esercito francese e che hanno combattuto al fianco degli alleati. Infatti, parte del Senegal era allora territori d’Oltremare. Infatti, i nativi dei comuni di Dakar, Gorée, Rufisque e Saint Louis erano cittadini francesi. Quando nel 1993 io subì un’aggressione da un gruppo di naziskin, Aldo era sconcertato e  mi testimoniò solidarietà. Dopo qualche mese mi fece partecipe della sua volontà  di pubblicare la storia del “partigiano nero” e così uscì un articolo su Rassegna Sindacale. Per Lui era un modo per scongiurare la deriva razzista attingendo alla risorsa della memoria. Aldo era una persona straordinaria. Oggi, nel giorno della sua  morte, lo ricordo come un compagno capace di rispetto e generosità. E come sindacalista l’idea che mi sono fatto di lui si collega ad un pensiero di  Leopold Sedar Senghor, ex-presidente del Senegal, il quale individuava nel senso di equilibrio la più grande virtù di un uomo pubblico. Infatti, parlava di “fermezza senza deriva deplorevole e dialogo senza debolezza colpevole“. Ecco il ricordo che vorrei ritenere di Aldo Gunti. Questione di Animo!

Written by Aly Baba Faye

21 dicembre 2010 at 12:45

Attenti a quei tre!

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Di solito suona meglio “saranno famosi”. Ma in questo post vorrei parlare di altre categorie affine. Vorrei ragionare su quelli che “sono già famosi”. Certo fama e gloria sono una misura della civiltà del successo. Ma non parlo di personaggi sfornati dalla TV tramite i reality show come il Grande Fratello. Non parlo di dive o “mostri sacri” del cinema mondiale né di bellezze fashion del mondo fantastico della moda. Non parlo nemmeno di campioni sportivi o altri membri del Jet Set del “Complesso Competitivo-Vincente” che pillulano i rotocalchi televisivi o i Magazine patinati del Glamour nel mondo occidentale. No, non parlo di biografie individuali ma di “personaggi sociali” che sono entrati come riferimento nelle conversazioni dei salotti esclusivi così come nei comizi di piazza. Non so come definire questi rappresentative characters ma mi è chiaro la loro funzione evocativa, il loro patrimonio espressivo e la loro rapresentatività sociale. Sono simboli che permettono di capire la configurazione socioculturale  e l’evoluzione del costume. Non hanno un volto unico ma possono prestare la loro maschera a personaggi reali, uomini e donne della nostra contemporaneità. Che li chiamano Fraccazzo di Velletri o Suor Germana, l’Araba Fenice o Il Radical chic non importa, quel che conta è che nell’immaginario collettivo sono categorie, prototipi riconosciuti e persino modelli di riferimento. Però per l’argomento a cui vorrei approdare scelgo, nella galassia dei  famous characters, tre  figure che, a mio parere, hanno avuto fortuna nella comunicazione freudiana della post-modernità. La loro tematizzazione rinvia al nodo irrisolto della sessualità che connota la psicologia sociale. Il primo prototipo è l’Idraulico Polacco, il secondo è la Casalinga di Voghera e il terzo è il Macho Ignoto. Tre figure che hanno a che fare con hembrismo, feminismo e machismo. Infatti,  attorno a questi tre personaggi si svolge la trama di una storia maschilista della nostra civiltà con il suo corredo di violenza sulle donne, di strumentalizzazione del corpo femminile e di inferiorizzazione sociale della donna. Perciò, ai fini di un fair gender mainstreaming non basta mai ripetere il monito: Attenti a quei tre. Questione di vigilanza!

L’audacia della NON disperazione

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 L’audacia della NON disperazione! Non sono esagerato né mi pongo come un profeta di sciagura.  Semmai è il contrario. Certo anch’io sono esposto al pessimismo della ragione. E so anche che di fronte ad una crisi così profonda  non basta rifarsi all’ottimismo della volontà.  Davvero nella situazione data è difficile non cedere alla disperazione. Oggi è persino temerario credere che le cose possano cambiare. Il gattopardismo e la mala politica sono tasselli del degrado della moralità pubblica e della crisi della politica. La noncuranza della res pubblica e dell’interesse generale sono sintomo e effetto della malattia italiana. Ormai lo spettacolo a cui assistiamo da un pò di tempo spinge all’egoismo e al qualunquismo. La politica come mero gioco di potere, la politica senza afflato ideale, la politica senza progetto ha determinato una sorta di anestesia della coscienza civile del paese. La gente è divisa tra chi è schifato e chi si è adeguato al politicantismo. Spesso chi non vuole adeguarsi si ripiega nella stoltezza come via di scampo: si salvi chi può! E così nella geografia pubblica il quarto polo -quello degli incazzati e dei delusi- è diventato maggioranza relativa. L’astenzionismo e la disaffezione sono la cifra della crisi della politica. La classe digerente -com’è stata ribattezzata- riproduce se stessa in un continuo gioco delle parti e tutto a scapito degli interessi generali del paese.  La commistione tra politica e affare e i costi della politica pongono una nuova questione morale. In questa situazione si è tentati di deporre le armi e  di volgere  lo sguardo altrove. Invece non bisogna rassegnarsi. Anzi c’è da riprendersi la politica per riappropriarci del nostro futuro. Accanto alla melma del degrado, ci sono dei semi positivi che vanno coltivati. Guardiamo agli esempi positivi dei Don Ciotti, Roberto Saviano e Gino Strada e altri sconosciuti dai media  ma come loro tessono ogni giorno la tela della solidarietà e curano gli interessi della comunità. O semplicemente guardare a tutte quelle persone che ogni giorno resistono e non si lasciano trascinare nel fango dell’opportunismo e del malaffare. E  in virtù del perseguimento del bene comune c’è un esercito di piccoli “eroi” i quali, nonostante il rumore assordante della cacofonia politico-mediatica, lavorano in silenzio per costruire la convivenza. Sono insegnanti o medici, magistrati o poliziotti, giornalisti o amministratori, operatori sociali o “badanti” , giovani o adulti, uomini o donne che si mobilitano, organizzano e promuovono il bene comune e curano le nostre comunità. E’  da questo popolo nascosto che ripartirà la ricostruzione dello spazio pubblico. Questione di mobilitazione!

Resiste la B. polarizzazione

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E’ ancora lì. Chissà ancora per quanto tempo? E’ lì presente nel suo D-day. Sì! Oggi è stato il B-day. Oggi sarebbe dovuto essere l’appuntamento con la Storia. E come da copione  il Sultano di Arcore trova ancora motivo per battere il petto. Sarà che l’Unto del Signore fa effetto. Comunque lui vince, almeno personalmente, o comunque non  perde almeno aritmeticamente. Certo ha dalla sua parte il numero perfetto: il 3. E’ ancora lì anche se erano in tanti a nutrire la speranza che oggi diventasse la fine di un’era. Infatti, erano in molti a scommettere sull’inizio della fine del Cavaliere d’Italia. Invece no! La storia continua! Sì passa lo que passa la vida continua. Infatti la vicenda italiana dovrà ancora fare i conti con il personaggio più imponente della storia republicana. E se il bipolarismo ha registrato qualche cedimento strutturale come dimostrano le avvisaglie di “poli terzi”, resta intatta e resiste la B-Polarizzazione della vita politica. Infatti, dalla famosa discesa in campo, il 26 gennaio ’94, B. è la figura centrale attorno alla quale si è articolata  tutta la vicenda politica italiana. O con lui o contro di lui, non è ammesso alcuna  indifferenza alla sua centralità. O con lui o contro di lui, non c’è progetto politico, negli ultimi 17 anni, che non si rapporti o si confronti con lui. O con lui o contro di lui, nel bene e nel male, nella buona come nella cattiva sorte. E’ sempre lui a dividere la coscienza civile del paese con le sue mosse  politiche o le sue vicende giudiziarie oppure  ancora con le sue disavventure personali. I suoi successi economici e sportivi come i suoi sbandamenti pubblici e privati sono tutti ingredienti di passioni contrastanti sul controverso Cavaliere d’Italia. Oggi chiunque sa che la sua impronta personale si è estesa persino nei gangli più nascosti della coscienza civile del paese. Per questo è il personaggio più rappresentativo del Belpaese. Ed è per questa ragione che si parla di berlusconismo come di un brodo coltura che, proprio perché modello di socialità, sopravviverà alla persona di B. Dunque resta chiaro che liberandosi di B. non si viene a capo del berlusconismo e della gamma di simboli, modelli e messaggi che lo caratterizzano. Si sa che i processi culturali hanno bisogno di tempi lunghi. In ogni caso, al di là delle interpretazioni politicistiche e delle analisi politologiche, resta in questo B-day un dato inconfutabile: il Cavaliere d’Italia sta in sella e il berlusconismo è cultura  fluorescente. Tanto basta per prendere atto che la B-polarizzazione continua e continuerà ancora per un pò di tempo. Questione di centralità!

Wikileaks as We kill X

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 “We kill X”. Così mi piace declinare l’operazione di scopercchiamento della pentola di verità diplomatiche lanciata da Wikileaks e ribattezzata Cablegate . “We Kill X” sarebbe da tradurre “abbattiamo l’indifferenza” anche in rapporto all’attivismo degli “hackers” sostenitori dell’operazione. In ogni caso nell’equazione verità che ci offre Wikileaks, X è la grande incognita che il giornalista austrialiano vuole rendere noto al mondo. Detto altrimenti “We kill X” è la volontà di abbattere il muro di segretezza che impedisce di conoscere le realtà occulte della gestione del potere. Anche John F. Kennedy ci provò  contro il governo occulto. L’operazione che si prefigura come l’apertura del Vaso di Pandora delle relazioni internazionali, sta faccendo impazzire le cancellerie di tutto il mondo. Il protagonista di questa saga della narrazione contempranea Julian Assange è diventato il nemico pubblico numero uno. Ha scansato persino Osama Bin Laden dal vertice della classifica delle persona non grata.  Ma dietro la vicenda di Wikileaks e prescindendo dall’epilogo che avrà – sperando che “non ammazziamo nessuno” – c’è da riflettere sul tema di fondo cioè la natura del potere. A mio avviso il merito di Assange sta nell’aver riaperto un dibattito mai sopito sull’equilibrio tra trasparenza e segreto di Stato. Nel pensiero convenzionale la democrazia dovrebbe alimentare ed essere alimentata di principi di libertà, verità e trasparenza. E Cablegate mette proprio a nudo il venire meno di questi principi  fondanti della democrazia intesa come procedura prima ancora che come sistema. Fino a che punto  il segreto di Stato resta compatibile con la libertà e la trasparenza? Può l’etica pubblica fondarsi esclusivamente sulla Ragion di Stato anche come monopolio della violenza organizzata? Possono i cittadini non sapere ciò che fa lo Stato di cui sono membri? Per ora l’opinione pubblica è divisa tra chi ritiene che il segreto di Stato sia strumentale al funzionamento stesso della democrazia e chi invece trae dall’affaire “cablegate” la convinzione che in fondo la democrazia non sia come ce l’hanno sempre voluta vendere cioè il “potere esercitato dal popolo per il popolo”. E tra il pensiero degli uni e quello degli altri resta sempre valida la considerazione secondo la quale la “democrazia vera è affare di anime perfette”. Questione di miraggio!