L'Appunto di Aly Baba Faye

L’Italia senza Fiat(o)?

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Nella logica degli affari un’azienda che non fa utili è destinata a chiudere.  Il Business ha orrore del masochismo. Ieri Sergio Marchionne ha detto che il sistema Fiat potrebbe fare a meno dell’Italia. Un’affermazione sconvolgente che ha scioccato l’opinione pubblica e la classe politica. Che un’azienda chiuda è pratica quotidiana in questi tempi di crisi. Ma la Fiat non è un’azienda qualsiasi. La Fiat è stata sempre il cuore dell’Italia. Come si dice se va bene la Fiat va bene l’Italia e se va male la Fiat va male l’Italia. Infatti, la Fiat non è un’azienda privata come le altre. Diciamo che la Fiat è stata sempre un’azienda privata a missione pubblica. E’ un’azienda che più di ogni altra ha campato di sussidi e varie forme di sostegno dallo Stato. Le ore di cassa integrazione sono una sorta di “pi greco”. Perciò la Fiat è considerata un patrimonio nazionale. Perché senza Fiat l’Italia è a corto di fiato. Per questa ragione è difficile pensare all’ipotesi di un sistema Fiat senza l’Italia. Eppure Marchionne lo ha lasciato intendere: “la Fiat farebbe meglio senza l’Italia”. Ora o Marchionne è pronto ad andarsene oppure sta chiedendo implicitamente aiuto allo Stato. Ora che fare per non perdere il più prezioso gioiello di famiglia? Quanto costerebbe per la comunità nazionale un aiuto alla Fiat per garantire una continuità produttiva? Se Marchionne avesse  comunque deciso di andarsene che cosa occorrerà fare?  Che tipo di re-ingegnering sarebbe da fare per garantire un business competitivo. E’ auspicabile un ritorno dello Stato sul modello delle vecchie partecipazioni statali? E’ possibile un’operazione, come viene evocata in certi ambienti, che consenta la creazione di una Public Company tramite la promozione di una SPV in grado di gestire un nuovo programma produttivo? Insomma, se l’Italia non vuol rinunciare alla Fiat, il governo italiano ha comunque il dovere di sviluppare un qualche protagonismo. Intanto c’è da convocare già da subito una tavolo di concertazione tra governo, azienda e sindacati per definire assieme un nuovo piano industriale o meglio una nuova politica industriale. Questione di pro-vocazione!

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Written by Aly Baba Faye

25 ottobre 2010 a 21:17

2 Risposte

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  1. Ieri ho postato un pensierino su Twitter dicendo più o meno questo:” Ho vagamente la sensazione che i molti abbiano ottime intenzioni e si sentano predestinati a educare gente che in realtà è ben educata a desiderare solo il denaro e il successo.

    Aly Baba Faye

    25 ottobre 2010 at 21:37

  2. Sempre più spesso mi chiedo perché la sinistra si ostini ancora a fare il gioco di un modello di sviluppo così palesemente insostenibile. Continuare a criticare il sistema senza accorgersi (forse) che così facendo non si fa altro che legittimarlo, così come è sempre stato. Senza il comunismo come avrebbe potuto esistere il capitalismo? E come si sarebbe potuto esso trasformare in consumismo, dando l’illusione di un benessere diffuso e alla portata di tutti che, cifre alla mano, è del tutto impossibile? Credo davvero che per uscire da questo pantano si debbano aprire bene gli occhi, ammettere che non può esistere un sistema basato sui miti dell’ideologia e della politica e governato dall’economia. Mettiamoci il cuore in pace e facciamocene una ragione: è tempo di cambiare!

    Claudio Gagliardini

    25 ottobre 2010 at 21:29


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