L'Appunto di Aly Baba Faye

Archive for ottobre 2010

L’Obama della Slovenia

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(Ansa) – LUBIANA, 25 OTT – Peter Bossman, un medico 54enne originario del Ghana, e’ diventato ieri, al ballottaggio per le elezioni comunali in Slovenia, il primo ‘sindaco nero’ in un Paese dell’Europa centrorientale, ma anche una star, gia’ denominato ‘l’Obama di Pirano’, cittadina sul litorale sloveno

Bella notizia. Considerando che la Slovenia non è un paese di immigrazione, questo fatto assume ancora più importanza.  Questione di apertura!

Written by Aly Baba Faye

26 ottobre 2010 at 11:58

L’Italia senza Fiat(o)?

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Nella logica degli affari un’azienda che non fa utili è destinata a chiudere.  Il Business ha orrore del masochismo. Ieri Sergio Marchionne ha detto che il sistema Fiat potrebbe fare a meno dell’Italia. Un’affermazione sconvolgente che ha scioccato l’opinione pubblica e la classe politica. Che un’azienda chiuda è pratica quotidiana in questi tempi di crisi. Ma la Fiat non è un’azienda qualsiasi. La Fiat è stata sempre il cuore dell’Italia. Come si dice se va bene la Fiat va bene l’Italia e se va male la Fiat va male l’Italia. Infatti, la Fiat non è un’azienda privata come le altre. Diciamo che la Fiat è stata sempre un’azienda privata a missione pubblica. E’ un’azienda che più di ogni altra ha campato di sussidi e varie forme di sostegno dallo Stato. Le ore di cassa integrazione sono una sorta di “pi greco”. Perciò la Fiat è considerata un patrimonio nazionale. Perché senza Fiat l’Italia è a corto di fiato. Per questa ragione è difficile pensare all’ipotesi di un sistema Fiat senza l’Italia. Eppure Marchionne lo ha lasciato intendere: “la Fiat farebbe meglio senza l’Italia”. Ora o Marchionne è pronto ad andarsene oppure sta chiedendo implicitamente aiuto allo Stato. Ora che fare per non perdere il più prezioso gioiello di famiglia? Quanto costerebbe per la comunità nazionale un aiuto alla Fiat per garantire una continuità produttiva? Se Marchionne avesse  comunque deciso di andarsene che cosa occorrerà fare?  Che tipo di re-ingegnering sarebbe da fare per garantire un business competitivo. E’ auspicabile un ritorno dello Stato sul modello delle vecchie partecipazioni statali? E’ possibile un’operazione, come viene evocata in certi ambienti, che consenta la creazione di una Public Company tramite la promozione di una SPV in grado di gestire un nuovo programma produttivo? Insomma, se l’Italia non vuol rinunciare alla Fiat, il governo italiano ha comunque il dovere di sviluppare un qualche protagonismo. Intanto c’è da convocare già da subito una tavolo di concertazione tra governo, azienda e sindacati per definire assieme un nuovo piano industriale o meglio una nuova politica industriale. Questione di pro-vocazione!

Written by Aly Baba Faye

25 ottobre 2010 at 21:17

INPS: Rischio di default?

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Nella rete è in corso una discussione sul futuro del sistema pensionistico (vedi qui). Certo, il tema della riforma delle pensioni e del conflitto intergenerazionale tra padri e figli ce lo trasciniamo da un pò. Ma oggi il problema del precariato aggiunge qualche complicanza in più che se non vengono affrontate rischiano di far saltare il sistema. C’è una platea di “privilegiati” che pesa sul sistema e nello stesso tempo c’è un esercito di precari o figure professionali della rivalsa INPS del 4% o comunque iscritti nella gestione separata i cui contributi non bastano per alimentare adeguatamente il sistema e per i quali la pensione rischia di essere un miraggio. Insomma, ci sono delle criticità molto pesanti che raccontano di fragilità che rischiano di portare il sistema in default tra due decenni. Questione di sostenibilità!

Written by Aly Baba Faye

12 ottobre 2010 at 21:14

SOS sindacalismo!

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Dopo quella di ieri promossa dagli immigrati in Campania “contro lo sfruttamento sul lavoro”, e in attesa di quella della Fiom per i “diritti e la dignità del lavoro” in programma per il 16 ottobre, oggi c’è stata la manifestazione di Cisl e Uil per chiedere  ‘Meno fisco per il lavoro’. Dunque tre iniziative che, messe assieme, danno conto del disagio del lavoro e della profonda crisi del sindacalismo italiano. Ieri i lavoratori immigrati sono scesi in piazza esponendo cartelli con la scritta Oggi non lavoro per meno di 50 €. Naturalmente la denuncia è contro il caporalato che rappresenta una vecchia piaga del mercato del lavoro. Una spina nel fianco del movimento sindacale in alcuni settori come l’edilia e l’agricoltura nelle aree del meridione. Ma quella degli immigrati rimanda anche ad un tema più specifico che attiene all’esistenza di una questione salariale che riguarda il sistema paese. Infatti, l’Italia sconta una sperequazione di livelli retributivi non solo tra Nord e  Sud e tra immigrati ed indigeni ma anche notevoli differenziali salariali rispetto ai competitors europei. Un dato che svela la crisi di efficacia della politica dei redditi che via via si è ridotta a mera moderazione salariale. E qui, è tutta la politica contrattuale menomata del sistema della scala mobile che viene messa in causa. Oggi, la questione salariale interpella l’efficacia delle strategie sindacali, a partire dal sistema della contrattazione collettiva. La debolezza del potere contrattuale è speculare all’aumento vorticoso della platea dei lavoratori poveri e della  precarizzazione del lavoro. E anche il tema della mobilitazione di Cisl e Uil cioè la tassazione del lavoro è uno degli aspetti della questione salariale. Infatti, costituisce un ulteriore aggravio il cosidetto cuneo fiscale cioè il differenziale tra il costo del lavoro pagato dall’impresa e l’ammontare del salario netto percepito dal lavoratore. Un problema riconducibile alla pressione fiscale che grava sul costo del lavoro e che pesa anche sull’occupazione. Ma al di là del merito, spicca il fatto che la manifestazione sia stata promossa senza la maggiore confederazione cioè la Cgil. Ciò evidenzia, oltre ad una profonda frattura nel mondo del lavoro, la crisi della concertazione. Spiace notare che il governo, in un momento di crisi economico-sociale, invece di promuovere un nuovo patto sociale tramite la concertazione con le parti sociali, lavori per aumentare le divisioni tra confederazioni. Un’atteggiamento deplorevole che raffigura l’illusione che la pace sociale passi attraverso l’isolamento della Cgil. Ma la pace sociale non si può costruire senza il contributo di Corso d’Italia, anzi diventa una chimera che rischia di lasciare il paese in balià a conflitti che possono avere effetti destabilizzanti sia per la competitività  del sistema paese  che per la stessa coesione sociale. Oggi, il paese è sull’orlo di un’implosione sociale e avrebbe bisogno di tutt’altro che ulteriori lacerazioni nelle relazioni industriali. Anzi servirebbe una mobilitazione straordinaria per affrontare le sfide che il paese ha di fronte a sè. Questione di governance!

Written by Aly Baba Faye

9 ottobre 2010 at 17:33

Giulio succederà a Silvio?

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(Ansa) Roma, 7 ottobre – Sul federalismo ”l’impressione e’ che stiamo cominciando. In realta’ il processo e’ quasi terminato”, dichiara Tremonti. Il ministro commenta cosi’ il primo via libera dato oggi in Cdm. In realta’, dice siamo molto avanti’. ‘Oggi abbiamo chiuso la fase della definizione dei 7 decreti’ e una volta avviato il processo del federalismo fiscale, il governo chiedera’ ‘la delega per la riforma fiscale’.

Per diverse ragioni questa dicharazione di Tremonti fatta al termine del Consiglio dei Ministri merita un’attenzione particolare. Intanto perché la decifratura delle sue parole ci chiarisce il contesto politico entro il quale si trova il Bel Paese. Il primo dato che si può evincere dalla dichiarazione di Tremonti è che siamo in campagna elettorale. E  nella situazione data gli equilibri politici sono talmente fragili che il ricorso alle elezioni anticipate è un’opzione plausibile. Inoltre, il federalismo, al di là della valenza istituzionale, è la bandiera politica di un partito: la Lega. Il partito che più di tutti spinge per il voto anticipato. Questi tre elementi costituiscono il triangolo nel quale vanno collocate le parole di Tremonti. Dunque il fatto che il Consiglio dei Ministri abbia dedicato in questa fase una seduta per la definizione dei 7 decreti per il federalismo fa pensare ad una mossa tattica per scongiurare lo spettro del ’94 quando la Lega mandò a casa il primo governo Berlusconi. Ma c’è di più nella dichiarazione molto nuancée di Tremonti il quale con una perfetta comunicativa, asseconda  il suo capo Silvio nel desiderio di fidelizzare la Lega e allo stesso tempo dà un “assist” ai suoi amici del Caroccio ai quali riconosce la “quasi” conquista del federalismo. Si noti il termine “quasi” che è la chiave di questa comunicativa tremontiana. Infatti, se la  crisi dovesse precipitare -magari per “colpa” dei finiani-  la Lega potrebbe comunque rivendicare risultati conseguiti sul sentiero del federalismo che appunto è “quasi” a termine. Un argomento che all’occorrenza potrebbe servire alla Lega per difendersi da accuse di propagandismo inconcludente. Dunque un “assist” che sarà utile in questa campagna elettorale e che la Lega dovrebbe ricambiare al momento della successione di Berlusconi, puntando sull’amico Giulio. E’ in questa ottica che la dichiarazione di Tremonti si rivela come un autentico capolavoro politico e una mossa eccellente che potrebbe essere decisiva per conquistare Palazzo Chigi. E’ questa la cifra politica delle parole di Tremonti che mette un’OPA sulla successione a  Berlusconi. Inoltre va detto et alias infensi che Giulio non dispiace nemmeno alle opposizioni le quali sono d’accordo su una cosa: liberare il paese dalla morsa berlusconiana è la conditio sine qua non per “rissettare” il quadro politico. Infatti per PD e IDV, il processo di normalizzazione politica passa da lì. Dunque, a conti fatti, Tremonti avrebbe un consenso trasversale ed è una  figura che può garantire Berlusconi, che piace a Bossi e non dispiace tanto a Bersani. Insomma, quale che sarà lo sbocco della crisi, che si vada al voto anticipato o che si faccia un governo di transizione, tutto porta a pensare che Giulio sia il candidato più indicato per succedere a Silvio. Questione di posizionamento!

Censis: le paure degli italiani

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Le due più grandi paure degli italiani sono la perdita dell’autosufficienza e l’impossibilità di sostenere le spese mediche. Lo rivela uno studio realizzato dal Censis per il Forum Ania-Consumatori: l’85,7% degli intervistati teme di non essere più autosufficiente e l’82,5% di non riuscire a pagarsi medicine, cure e dottori. Solo dopo gli italiani temono la criminalità (77,7%), la disoccupazione (75,1%) e la pensione ed i problemi connessi alla vecchiaia (67,6%). Il 32,1% delle famiglie rivela che nel corso del 2009 si è trovato in gravi situazioni di disagio legate alla difficoltà di assistere malati terminali, non autosufficienti portatori di handicap, di affrontare situazioni di dipendenza da alcol e droghe, di sopperire all’improvvisa perdita di reddito o alla disoccupazione di un congiunto. Malattia, dipendenza e disoccupazione nel 59% dei casi sono stati affrontati in totale autonomia, nel 28% con l’aiuto di amici e parenti.

Il sistema del welfare? Quasi assente: i cittadini richiedono perciò un sistema più efficiente e modulato su nuovi bisogni di protezione, partendo dall’eliminazione degli sprechi e da un maggiore coinvolgimento del privato nel sistema previdenziale e sanitario. Il 57,4% degli intervistati vorrebbe un ruolo maggiore del terziario e delle imprese nella gestione ed erogazione dei servizi sociali, il 15,7% invece ritiene migliori i servizi forniti dal settore pubblico e il 14,6% vorrebbe che la situazione restasse così come perché teme di non poter affrontare ulteriori spese. Il 59% però vorrebbe più responsabilità nella gestione del welfare da parte delle amministrazioni regionali. Dal canto loro, il 70% degli amministratori pubblici considera efficace la collaborazione tra pubblico e privato per i servizi in generale, il 37% invece è favorevole ad un maggior coinvolgimenti delle imprese anche nel sistema sanitario territoriale.

Fonte: Portale della Famiglia

Written by Aly Baba Faye

5 ottobre 2010 at 14:31

Nobel a Edwards irrita il Vaticano!

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Il Vaticano critica la decisione di assegnare il Nobel per la medicina a Robert Edwards, padre della fecondazione in vitro. Scelta “completamente fuori luogo” la definisce il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, mons. Ignacio Carrasco de Paula. Che parla inoltre di “non pochi motivi di perplessita” scaturiti dalle sue ricerche: il mercato degli ovociti, gli embrioni congelati e le questioni relative alle mamme-nonne e agli uteri in affitto‘. Dunque ecco perché la decisione di dare il Premio Nobel al padre della fecondazione riapre la discussione su un tema eticamente sensibile. Certamente è una decisione destinata ad alimentare nuove passioni e a riprodurre antiche divisioni. Il tema di come si nasce e come si muore interpella le coscienze. E la memoria non può non tornare al caso Eluana Englaro e alle discussioni sulla legge 40. Allora la parte più brutta  la recitava la politica che, spesso faceva la parodia di se stessa. Ora siamo in una fase di campagna elettorale dopo la “crisi più pazza del mondo” che si è consumata questa estate. Immagino che per molte forze politiche la riproposizione del tema sarà vissuta come un grande dispetto nei loro confronti. Insomma, ne sentiremo di belle tra amenità ed ambiguità, tra bizzarrie e bisantinismi, tra grida e non detti. Il tema è di quelli che suscitano  passioni  e  come si usa dire merita. In generale, la questione viene sommessamente declinata in una dialettica tra fede e ragione.  Poi  naturalmente sullo sfondo c’è il tema della laicità dello Stato che, purtroppo, alimenta un classico  duello tra due tipi di fondamentalisti che si rinfacciano reciprocamente gli opposti eccessi ribattezzati laicismo e clericalismo. Quel che mi sento di dire come credente laico è che il confronto in termini di polarizzazione tra fede e ragione non rende giustizia alla complessa articolazione delle ragioni. Semmai sarebbe più utile una dichotomia tra fede e scienza che forse aiuterebbe di più e favorirebbe una comprensione reciproca tra le opposte fazioni. Ora, mi si consente una citazione e una considerazione per delineare il perimetro del confronto a cui mi piacerebbe partecipare. La citazione recita che “scienza senza coscienza altro non è che la rovina dell’anima” mentre la mia considerazione è che “la fede senza ragione altro non è che cecità della mente“. Ecco dal mio punto di vista, il binario sul quale  far muovere una discussione seria che, invece di una gara tra monologhi, diventi un dialogo costruttivo tra diversità. Questione di  Tolleranza!