L'Appunto di Aly Baba Faye

Il PD secondo Mario Barbi!

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C’è qualcosa di posticcio e di stucchevole nel modo in cui il Pd ha reagito alla sconfitta elettorale. Prima ha cercato di negarla. Poi, dopo Roma, ha tentato di relativizzarla. Ora cerca di sterilizzarla, suggerendo di guardare a prua e non a poppa e investendo sulla forma dell’opposizione (il governo-ombra) più che sui contenuti. Ho trovato quindi salutare, come un temporale in un giorno pesante ed afoso, l’intervista che Arturo Parisi ha rilasciato a Repubblica sabato scorso. La condivido dalla prima all’ultima parola. Semmai, qui e là, sarei stato anche più netto. E peccato che Repubblica abbia ficcato l’intervista a pagina 10, senza richiamo in prima. Per non disturbare Veltroni? D’altra parte non sorprende. I giornali fanno politica. Il Pd preferisce l’autocelebrazione. Che il Pd non abbia la vocazione al dibattito interno e alla valorizzazione della diversità di opinioni lo si vede benissimo aprendo il sito ufficiale del partito. E’ pura veltroneide: ufficialità e selezione accurata dei temi in evidenza. Copiosissimo là dove si tratta di fare conoscere l’azione del segretario e del governo-ombra, scarsissimo nelle sezioni in cui si potrebbe dare conto di opinioni dissenzienti o diverse. Anche incompleto, per la verità. Nella sezione “Conosci il Pd – Organismi dirigenti”, non troverete l’”ufficio politico” o “coordinamento”, cioè quell’organismo che ha sostituito l’esecutivo e che è l’attuale Olimpo del Pd, di cui fanno parte i “big”. Era ora dunque che l’inventore dell’Ulivo, che si è battuto come nessun altro per un Partito democratico, come espressione di tutto il centrosinistra, fondato su primarie aperte ai cittadini, dicesse parole chiare sulla sconfitta elettorale, sulla linea politica sbagliata di Veltroni e sul rischio dissoluzione che corre ora il Pd. Finalmente uno squarcio di verità, un momento di rottura con quel dibattito curiale e cifrato condotto tra iniziati, fatto più di cose non dette che dette e di ossimori defatiganti, come quel capolavoro che recita: “il segretario va bene, è la linea che è sbagliata”.

Tre punti vorrei perciò sottolineare, prendendo spunto dall’intervista di Parisi: i) il miope e opportunistico accordo di “separazione consensuale” Veltroni-Bertinotti non può essere accantonato come un episodio scontato e minore; fu, al contrario, una scelta maiuscola che si potrebbe definire una specie di otto settembre dell’Unione; quella separazione non spiegata e non drammatizzata ha “giustificato” i cuori e le menti del Pd a sottrarsi alle fatiche della responsabilità del governo e senza potere riconoscere ed imputare apertamente a precise forze politiche il fallimento e la rinuncia del mandato a governare ricevuto dagli elettori nel 2006. Si dice che questa è acqua passata, ma non ci si può accontentare di ricostruzioni di comodo. Voglio dire che l’accordo Pd-Rc sulla separazione consensuale precede la nota intervista di Bertinotti sul fallimento del centrosinistra e sul “più grande poeta morente”. Ognuno ragioni come preferisce su causalità ed effettualità. Certo, al centrosinistra e al Pd si ripresenterà la questione del rapporto tra sinistra e governo. ii). La leadership plurale invocata da Parisi non è l’”ammucchiata” che si è radunata dietro Veltroni dopo la sconfitta, nè può formarsi senza andare alla radice dell’errore: la linea politica era sbagliata perchè il Pd è nato male con un segretario che si candidava alla guida del governo e non alla costruzione del partito e con un accordo “unitario” nei ds, e di questi con il grosso dei popolari e con i rutelliani, che falsava politicamente le primarie e fissava regole che avvantaggiavano il candidato più uguale degli altri. Mi chiedo se il “blocco” che conferì l’investitura a Veltroni lo abbia fatto dandogli apertamente il mandato di liquidare l’Unione e di liberarsi di Prodi, considerati di intralcio all’avvio della “nuova stagione”. O se questo sia accaduto come conseguenza del primo passo compiuto nella direzione sbagliata all’insegna della discontinuità. Comunque sia questo è quello che è successo. Doveva essere avviata una stagione di “gloria” e invece è partita una stagione di sconfitta e di confusione. Nonostante la sconfitta quel blocco è rimasto in sella. Anzi si è allargato con alchimie di sottrazioni e addizioni nell’attuale “ufficio politico” e nel governo-ombra, organi non statutari che di fatto dirigono il partito, che hanno incluso tutti quelli che volevano starci alla sola condizione che recitassero il mantra “non si poteva fare di più”. Mi è difficile spiegare diversamente perchè la sconfitta, anzichè produrre una discussione aperta, abbia generato una narrazione consolatoria ed assolutoria dell’accaduto ancorando scelte di fondo sbagliate su fondali francamente friabili come l’indice di popolarità del governo (misurata nel bel mezzo dell’azione di risanamento) e il risultato elettorale alle (parzialissime) provinciali del 2007. La exit strategy di Veltroni da Prodi, dall’Ulivo e dall’Unione, fondata con leggerezza su novità-discontinuità-solitudine, ha disorientato e demotivato buona parte del nostro elettorato aiutando Berlusconi ed il centrodestra. Fare finta oggi che il Pd abbia conseguito tutti gli obiettivi, tranne la vittoria, è il modo migliore per preparare una nuova sconfitta. iii) Le correnti che si formano sulla base delle identità passate, così come quelle che si mantengono sulla base dell’opposizione a Veltroni nelle primarie (risultata quantitativamente insufficiente e politicamente ininfluente) nelle condizioni di silenzio e di sostanziale conformismo seguiti alla sconfitta del 13-14 aprile, non sono un segno di ricchezza e di pluralismo ma di incertezza e di smarrimento. Sono un segno di regressione. Si parla di aree culturali e di sensibilità che si sforzerebbero di produrre pensiero e orientamento politico. In realtà a me sembrano gruppi di ieri o dell’altro ieri, abbastanza chiusi ma che devono dirsi aperti e perciò ostentano innesti, che associano la passione per le identità a quella per gli organigrammi. Il Pd si sta trasformando in una confederazione di potentati, correnti e spifferi. Senza un nuovo, vero e radicale “rompete le righe”, a partitre dal blocco veltroniano delle primarie, sarebbe forse meritevole di riflessione un dietro-front verso un Pd-federazione di gruppi, aree, componenti, clan e quanto altro. Intanto non mi pare che si possa fare di meglio che stare nel Pd in dichiarata opposizione al blocco che gestisce il Partito, portando avanti una riflessione critica, un impegno e una iniziativa politica volti a ricostruire nel paese un centrosinistra di governo. In questo è di aiuto l’intervista di Arturo Parisi.

Articolo pubblicato su il Riformista.

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Written by Aly Baba Faye

11 giugno 2008 a 21:21

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