L'Appunto di Aly Baba Faye

Archive for giugno 2008

Barack dice no ai fondi pubblici!

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Barack rinuncia ai finanziamenti pubblici! Il candidato dei democrats rinuncia a 84 milioni di dollari. Il suo avversario repubblicano Mc Cain è spiazzato. Mossa geniale! La sua immagine ne trarrà certamente benefici. Dunque dopo aver detto di no alle lobbies di Washington, Barack persiste nel sua strategia di cambiamento. Conferma di voler rompere il vecchio gioco della politica. La politica come business. Il vecchio gioco di commistione tra affare e politica. Scambi e favori, pressioni e condizionamenti. Tutto sulla pelle del popolo. No! la politica è missione! La politica è interesse collettivo. Insomma, Barack fa sul serio e come aveva più volte detto i lobbist non frequenteranno la sua Casa Bianca. Davvero ci siamo. E’ tempo di voltare pagina! E’ tempo di una nuova etica pubblica: A new kind of politics. Dunque si cambia: A change we can believe. Se lo può permettere considerando che milioni di persone sono disposti ad investire nel cambiamento, nella trasparenza e nella bella politica! Questione di Baracka!

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Written by Aly Baba Faye

19 giugno 2008 at 21:46

Silenzio rumoroso!

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Rumoroso è il silenzio del sindacato di fronte al barbaro assassinio dell’operaio egiziano a Varese (vedi qui). L’unica reazione è stata un comunicato della CGIL 24 ore dopo il fattaccio. Che le agenzie non hanno riportato. Dunque non se n’è accorto nessuno. Eppure questo fattaccio richiama direttamente la responsabilità del sindacato. La sua capacità di rappresentanza e di tutela dei diritti e della dignità dei lavoratori. Ma è silenzio. Un silenzio assordante. Niente sciopero, niente manifestazione. Solo un comunicato per dovere d’uffico. Perciò sorgono dubbi. Se fosse un lavoro italiano ci sarebbe un silenzio così assordante? Ma i centinaia di migliaia di iscritti immigrati sono difesi adeguatamente? Serve ai lavoratori immigrati un sindacato come quello di oggi? Dobbiamo allora dar credito a chi vuole creare un sindacato degli immigrati? Oppure dei sindacati etnici? Magari anche con “salari etnici”! E forme di contrattazione che assumono connotati di baratro? Mi domando ma è così profonda la crisi del sindacato italiano. Come si giustifica questa inerzia sindacale di fronte ad un omicidio sul luogo di lavoro? Basta! Il movimento sindacale ha il dovere di reagire. Se si pensa che il sindacato è stato sempre molto attento ai diritti dei lavoratori immigrati diventa difficile accettare questo silenzio. Speriamo che non si tratti della caduta dell’ultimo baluardo della democrazia. Anche perché vorrebbe dire che non ci sono più argini alla deriva neofascista. Non è possibile! Mi auguro che il sindacato si dia una mossa! Non è accettabile la normalizzazione della discriminazione nei luoghi di lavoro. Non è accettabile l’idea di lavoratori di serie A e lavoratori di serie B. Non sto chiedendo un favore, né una gentile concessione. Sto chiedendo l’esercizio di una funzione primaria del sindacalismo. Rammento che la solidarietà su cui è nato il sindacalismo è un vincolo di interdipendenza di interessi reciproci. Senza la solidarietà è la morte del sindacato. Non servono fughe in avanti. E non sarà credibile l’appello contro la discriminazione dei Rom se il sindacato è esso stesso avvolto nel sonno della ragione e non è neanche in grado di reagire contro un fatto prettamente sindacale. Dunque CGIL-CISL-UIL reagiscano se non altro per i loro tanti iscritti immigrati. E se non sono più interessati a assolvere a questo loro dovere lo dicano chiaramente. Lancio un appello a Epifani, Angeletti e Bonanni invitandoli a fare qualcosa subito. Una manifestazione, uno sciopero o semplicemente una conferenza stampa unitaria dei segretari generali per denunciare in maniera netta un fatto così grave! Altrimenti avrebbero ragione coloro che vogliono un sindacato degli immigrati. Un sindacato che abbia a cuore gli interessi e la dignità dei lavoratori immigrati. CGIL-CISL-UIL se ci siete battete un colpo. Questione di rappresentanza!

Written by Aly Baba Faye

19 giugno 2008 at 20:48

Un’altra offensiva “padronale”

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(ANSA)- VARESE, 17 GIU – Un operaio egiziano e’ stato ucciso a colpi d’arma da fuoco a Gerenzano dal figlio diciannovenne del titolare di un’impresa edile. Antonio Fioramonte si e’ costituito. La sparatoria e’ avvenuta in una ditta che produce pavimenti. Said Saber abd el Basset, 29 anni, regolarmente in Italia, abitava a Castellanza (Varese). Il presunto omicida aveva rapporti di lavoro con la vittima

Dopo il capo treno che scaraventa una cittadina ghanese a Parma dopo avergli mosso un fiume di insulti e frasi disprezzanti, ecco un’altra notizia di cronaca contro cittadini stranieri. Non avviene sul treno o nei quartieri ma sul luogo di lavoro. Ci siamo! Il figlio del padrone la fa da padrino. Ricorda la vicenda di Jon Cavacu un giovane rumeno bruciato dal suo datore di lavoro per aver osato chiedere i suoi diritti. Era a Varese nel 2000. Dunque è capita di nuovo. Sempre a Varese. Questa volta in un clima diffuso di razzismo. Oramai tutto è permesso contro gli immigrati nella caccia al diverso. Ammazzare un ragazzo che si presume stava per rubare dei biscotti (il caso di Abba). E persino  sparare ad una bambina polacca di 5 anni come Karolina (vedi qui). Dunque un altro immigrato vittima del neo-fascismo che sta mettendo radici in Italia. Essere immigrato in questo antica terra di emigrazione non è più sicuro. Non è più sicuro camminare sulle strade. Non è sicuro salire sui treni. Non è sicuro andare all’università. Non è sicuro andare al lavoro. Insomma, la vita di un immigrato non è sicura in questo paese. Per causa di una regola non esplicita ma che detta i comportamenti. La mia sicurezza è la tua insicurezza! Questa è il motto vincente della guerra molecolare prodotta dalla deriva sicuritaria. C’è un clima pesante. Uno “scontro” di civiltà fomentato da un complesso politco-mediatico. Tv e giornali, partiti di destra e di sinistra tutti impegnati nella logica del capro espiatorio. Gli immigrati indesiderati. Gli immigrati invasori. Gli immigrati criminali. Insomma, gli immigrati il male del bel paese. Un cancro che va estirpato. Per la salute della società. Una monnezza che va spazzata via. Questa è la cultura diffusa. Il sentimento prevalente nel popolo. Ripeto non è questione di destra o di sinistra. Non riguarda solo la politica. E’ la cultura diffusa. E’ la logica della difesa “preventiva” contro i “criminali”. La società italiana è attraversata da guerre di faglia nei territori, nelle piazze. La reazioni “leggittimata” dalla classe politica contro gli invasori. Ognuno è chiamato ad agire contro i nuovi nemici. Sta trionfando la cultura fascista. Una cultura interiorizzata dai più. Una logica razzista e xenofoba. Dunque difendersi con ogni mezzo. La militarizzazione dei territori, le ronde “democratiche”, le segregazioni dei bambini e gli insulti e la violenza contro gli immigrati, contro i rom, contro i diversi. Tutto all’insegna del motto Bossiano: padrone a casa nostra! Manca poco alla grande pulizia etnica? Questione di tempo!

Written by Aly Baba Faye

17 giugno 2008 at 19:51

Ciao e grazie Jociara

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Jociara ci ha lasciato. Da tanto soffriva di cancro. Ha lottato con tenacia fino all’ultimo momento. Nonostante la chemio ogni volta che le forze gli le permettevano partecipava alle iniziative. Non risparmiava la sua opinione. Una vera battagliera. La sua è una perdita pesante per il mondo dell’immigrazione e dell’antirazzismo. Di lei ci mancherà la grande  passionalità e la combattività, l’intelligenza e la sincerità. Ho avuto la possibilità di lavorare con lei quando ero responsabile del Forum Fratelli e “sorelle” d’Italia. L’aggiunto di sorella lo ha avanzata lei facendone. Per me era una sorella, un confidente e una consigliera. Prima donna di origine straniera ufficiale della Repubblica. Membro della commissione nazionale per l’integrazione del primo centrosinistra, Jociara è stata una combattente instancabile. Era nata in Brasile e forse per questo ha sempre creduto alla creolizzazione dell’umanità. La sua eredità politica e umana va coltivata. Perciò proporrò di istituire un Premio a suo nome. Un modo per ricordarla sempre. Ciao Joci e grazie.  

Written by Aly Baba Faye

16 giugno 2008 at 18:20

PD lombardo: via ronde e fasci nelle scuole!

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Dunque un altro tassello nella deriva sicuritaria. Il PD in Lombardia mette in agenda le ronde “democratiche”. E’ una delle proposte contenute nel dodecalogo per la sicurezza presentate a Milano da sindaci, presidenti di provincia e amministratori del PD. La terminologia è emblematica: sicurezza partecipata. Si tratta di istituire un corpo di volontari della Polizia municipale composto da privati cittadini con compiti di pattugliamento del territorio. Mi domando se saranno armati? O avranno solo dei manganelli? Potranno fare controllo sull’identità delle persone? Potranno agire come forza di repressione? Scommetto di sì! Altrimenti che senso avrebbe la creazione di un corpo speciale se non per affrontare una “guerriglia urbana“. In sostanza si dà il via alle ronde. Sicurezza obblige! Come se ciò non bastasse i demo-lumbard propongono i “fasci” nelle scuole per contingentare i bambini degli immigrati. Non più del 20% a classe. In nome della sicurezza dei bimbi padani. Gli altri sono una minaccia. Sono bambini indesiderati! Ce ne sono di troppo. Il rischio è elevato. Per ragioni di sicurezza nella scuola dunque tolleranza minima! Almeno per ora. Poi si vedrà, il da farsi per il traguardo della tolleranza zero. In gioco è la sicurezza dei bambini padani? E’ il percepito! I genitori padani hanno paura dei bimbi non padani. Dunque fine del buonismo. Come a livello nazionale. Meglio il cattivismo. Naturalmente contro gli altri. Ebbene “l’enfer c’est les autres“! I diversi. Gli impuri. E ancora mi domando cosa ne sarà dei bambini che non rientreranno nel tetto stabilito? Diventeranno bambini di strada. Saranno predisposte qualche favelas. O meglio ammazzarli da piccoli? Almeno che nascano delle scuole etniche, confessionali o chissà cosa. Per i Democrats de noantri non importa nulla. Ai Martina e ai Penati e altri politici di razza la mission è garantire la padanità. Quel che conta per loro è di non venir meno alla loro padanitudine. Mica si può lasciare il monopolio della difesa della padanità a Borghezio, Calderoli ed altri. Questione di competitività. Di consenso e quindi di potere. Insomma roba seria. Competition is competition. Occorre pragmatismo. Il diritto all’educazione per i figli dell’immigrazione? Non esageriamo. Sia mai che si eccede nel cattivismo. Per ora quattro alunni allogeni ogni venti. Il limite massimo consentito. Gli altri? Scarti! Sì scarti! Non è apartheid ma solo difesa di un privilegio “genetico”. Già in nome della “razza”. Naturalmente è “democrazia” intesa come vox populis. Ecco il volto rivelato. Sarebbe questi i valori cui si ispira il partito democratico? Una società di diseguali per nascita, colore della pelle, religione professata. E che cos’altro ci dobbiamo aspettare di questo processo “innovativo” ? Scuole o classi separate? E perché no bus e mezzi pubblici separati? Quartieri separati e nuove riserve indiane? In sostanza un modello di società basato sulla segregazione. Ecco la grande novità: lo schifo che avanza. Razza protetta e razze disdegnate! Un dèjà vu.  Un neofascismo. Voilà! il new deal democratico. Questione di consenso!

Written by Aly Baba Faye

14 giugno 2008 at 00:03

Il PD secondo Mario Barbi!

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C’è qualcosa di posticcio e di stucchevole nel modo in cui il Pd ha reagito alla sconfitta elettorale. Prima ha cercato di negarla. Poi, dopo Roma, ha tentato di relativizzarla. Ora cerca di sterilizzarla, suggerendo di guardare a prua e non a poppa e investendo sulla forma dell’opposizione (il governo-ombra) più che sui contenuti. Ho trovato quindi salutare, come un temporale in un giorno pesante ed afoso, l’intervista che Arturo Parisi ha rilasciato a Repubblica sabato scorso. La condivido dalla prima all’ultima parola. Semmai, qui e là, sarei stato anche più netto. E peccato che Repubblica abbia ficcato l’intervista a pagina 10, senza richiamo in prima. Per non disturbare Veltroni? D’altra parte non sorprende. I giornali fanno politica. Il Pd preferisce l’autocelebrazione. Che il Pd non abbia la vocazione al dibattito interno e alla valorizzazione della diversità di opinioni lo si vede benissimo aprendo il sito ufficiale del partito. E’ pura veltroneide: ufficialità e selezione accurata dei temi in evidenza. Copiosissimo là dove si tratta di fare conoscere l’azione del segretario e del governo-ombra, scarsissimo nelle sezioni in cui si potrebbe dare conto di opinioni dissenzienti o diverse. Anche incompleto, per la verità. Nella sezione “Conosci il Pd – Organismi dirigenti”, non troverete l’”ufficio politico” o “coordinamento”, cioè quell’organismo che ha sostituito l’esecutivo e che è l’attuale Olimpo del Pd, di cui fanno parte i “big”. Era ora dunque che l’inventore dell’Ulivo, che si è battuto come nessun altro per un Partito democratico, come espressione di tutto il centrosinistra, fondato su primarie aperte ai cittadini, dicesse parole chiare sulla sconfitta elettorale, sulla linea politica sbagliata di Veltroni e sul rischio dissoluzione che corre ora il Pd. Finalmente uno squarcio di verità, un momento di rottura con quel dibattito curiale e cifrato condotto tra iniziati, fatto più di cose non dette che dette e di ossimori defatiganti, come quel capolavoro che recita: “il segretario va bene, è la linea che è sbagliata”.

Tre punti vorrei perciò sottolineare, prendendo spunto dall’intervista di Parisi: i) il miope e opportunistico accordo di “separazione consensuale” Veltroni-Bertinotti non può essere accantonato come un episodio scontato e minore; fu, al contrario, una scelta maiuscola che si potrebbe definire una specie di otto settembre dell’Unione; quella separazione non spiegata e non drammatizzata ha “giustificato” i cuori e le menti del Pd a sottrarsi alle fatiche della responsabilità del governo e senza potere riconoscere ed imputare apertamente a precise forze politiche il fallimento e la rinuncia del mandato a governare ricevuto dagli elettori nel 2006. Si dice che questa è acqua passata, ma non ci si può accontentare di ricostruzioni di comodo. Voglio dire che l’accordo Pd-Rc sulla separazione consensuale precede la nota intervista di Bertinotti sul fallimento del centrosinistra e sul “più grande poeta morente”. Ognuno ragioni come preferisce su causalità ed effettualità. Certo, al centrosinistra e al Pd si ripresenterà la questione del rapporto tra sinistra e governo. ii). La leadership plurale invocata da Parisi non è l’”ammucchiata” che si è radunata dietro Veltroni dopo la sconfitta, nè può formarsi senza andare alla radice dell’errore: la linea politica era sbagliata perchè il Pd è nato male con un segretario che si candidava alla guida del governo e non alla costruzione del partito e con un accordo “unitario” nei ds, e di questi con il grosso dei popolari e con i rutelliani, che falsava politicamente le primarie e fissava regole che avvantaggiavano il candidato più uguale degli altri. Mi chiedo se il “blocco” che conferì l’investitura a Veltroni lo abbia fatto dandogli apertamente il mandato di liquidare l’Unione e di liberarsi di Prodi, considerati di intralcio all’avvio della “nuova stagione”. O se questo sia accaduto come conseguenza del primo passo compiuto nella direzione sbagliata all’insegna della discontinuità. Comunque sia questo è quello che è successo. Doveva essere avviata una stagione di “gloria” e invece è partita una stagione di sconfitta e di confusione. Nonostante la sconfitta quel blocco è rimasto in sella. Anzi si è allargato con alchimie di sottrazioni e addizioni nell’attuale “ufficio politico” e nel governo-ombra, organi non statutari che di fatto dirigono il partito, che hanno incluso tutti quelli che volevano starci alla sola condizione che recitassero il mantra “non si poteva fare di più”. Mi è difficile spiegare diversamente perchè la sconfitta, anzichè produrre una discussione aperta, abbia generato una narrazione consolatoria ed assolutoria dell’accaduto ancorando scelte di fondo sbagliate su fondali francamente friabili come l’indice di popolarità del governo (misurata nel bel mezzo dell’azione di risanamento) e il risultato elettorale alle (parzialissime) provinciali del 2007. La exit strategy di Veltroni da Prodi, dall’Ulivo e dall’Unione, fondata con leggerezza su novità-discontinuità-solitudine, ha disorientato e demotivato buona parte del nostro elettorato aiutando Berlusconi ed il centrodestra. Fare finta oggi che il Pd abbia conseguito tutti gli obiettivi, tranne la vittoria, è il modo migliore per preparare una nuova sconfitta. iii) Le correnti che si formano sulla base delle identità passate, così come quelle che si mantengono sulla base dell’opposizione a Veltroni nelle primarie (risultata quantitativamente insufficiente e politicamente ininfluente) nelle condizioni di silenzio e di sostanziale conformismo seguiti alla sconfitta del 13-14 aprile, non sono un segno di ricchezza e di pluralismo ma di incertezza e di smarrimento. Sono un segno di regressione. Si parla di aree culturali e di sensibilità che si sforzerebbero di produrre pensiero e orientamento politico. In realtà a me sembrano gruppi di ieri o dell’altro ieri, abbastanza chiusi ma che devono dirsi aperti e perciò ostentano innesti, che associano la passione per le identità a quella per gli organigrammi. Il Pd si sta trasformando in una confederazione di potentati, correnti e spifferi. Senza un nuovo, vero e radicale “rompete le righe”, a partitre dal blocco veltroniano delle primarie, sarebbe forse meritevole di riflessione un dietro-front verso un Pd-federazione di gruppi, aree, componenti, clan e quanto altro. Intanto non mi pare che si possa fare di meglio che stare nel Pd in dichiarata opposizione al blocco che gestisce il Partito, portando avanti una riflessione critica, un impegno e una iniziativa politica volti a ricostruire nel paese un centrosinistra di governo. In questo è di aiuto l’intervista di Arturo Parisi.

Articolo pubblicato su il Riformista.

Written by Aly Baba Faye

11 giugno 2008 at 21:21

Bush a Roma: Pensando a Obama!

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Oggi George W. Bush è arrivato a Roma. Per quel che resterà come la sua ultima visita ufficiale da queste parti. Per me è l’occasione per rifflettere sulla sua eredità politica. Due mandati presidenziali durante i quali il mondo si è dilaniato. Guerre e terrorismo, violenze e odio sono stati i tratti dominanti della sua leadership nei 8 interminabili anni alla Casa Bianca. Sono certo che il giudizio della storia non sarà clemente rispetto al suo operato. La sua politica è macchiata di sangue, avvolta da misteri, zone grigie e non detti e mensogne. Una cosa però è certa: Bush rimarrà il più grande interprete della teoria del “caos creativo”. Intanto il caos c’è ed è destinato a crescere. Il presidente dell’invasione in Irak, dello scontro di civiltà, l’animatore del terrorismo internazionale. Forse contro l’Iran non ha la forza di lanciare un’altra guerra. Sarebbe un fronte ingestibile. Forse peggio dell’Afghanistan. Insomma, Bush è fautore di una politica del disastro come di più non si può. Mentre lo guardavo, cercavo di leggere tra i suoi tratti fisici quel che si cela nella profondità dell’anima. Non scorgo nulla. Mi pare un attore con la faccia da comico. Tipo Mr Bean. Mi viene il dubbio che forse non è così cattivo. Mi domando se fosse consapevole del disastro che ha creato insieme ai suoi. Dick Cheney e Donald Rumsfield fra tutti. Che tutto questo sia dentro una logica di congiura è un dubbio più che legittimo. Bush sembra non scorgersi di nulla. Parla di Dio. Di fede. E per un pò mi son detto che forse fosse solo uno scemo portato al potere nella più grande democrazia del mondo per fare un lavoro sporco, regolare alcuni conti sospesi. Saddam Hussein, e poi l’effetto domino, la pulizia del mondo. Serviva la figura du cow boy un pò cretino da manipolare senza che se ne renda conto. Insomma uno strumento al servizio di poteri occulti. Che crede di assolvere ad una missione messianica. Bush non è consapevole. Questo sospetto che alberga nel cervello e nel cuore dei molti. Stante i sondaggi gli americani hanno bocciato il suo operato. A livello internazionale neanche a dirlo, Bush è uno tra i peggiori leaders che il mondo abbia mai conosciuto. Pensando a tutto questo la mia rabbia si è subito attenuato quando ho aperta la mia e-mail box. Un messaggio proveniente da uno dei miei amici del sito di campagna di Obama che mi ha mandato questa foto di Obama del 1973 quando aveva solo 12 anni. Era alla scuolla elementare. Le immagini parlano da sé. Il piccolo Barry già fa il segno della vittoria e dietro c’è la scritta “Mixed Races of America”. Naturalmente è diventato oggetto cult della campagna. Hanno stampato delle t-shirt con la foto ritagliata di Barry. Momenti di allegria e speranza. Bush se ne va a casa e alla Casa Bianca potremo ritrovarci Barry. Che ora dice che il mondo va riparato. Questione di missione!

Written by Aly Baba Faye

11 giugno 2008 at 19:56