L'Appunto di Aly Baba Faye

Per una sinistra nuova: nota a margine.

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Ieri ho partecipato ad un incontro convocato dal movimento romano per la sinistra. All’incontro, molto partecipato nonostante la pioggia, c’erano tra gli altri Nichi Vendola, Claudio Fava, Paul Ginzborg tra i nomi più noti. Una delle tante iniziative che compongono il mosaico del cantiere della sinistra dopo la pesante disfatta elettorale e l’estromissione della sinistra dal Parlamento della Repubblica. Comunque, il moltiplicarsi di iniziative in questo senso sono una risposta necessaria ma non sufficiente per realizzare una sinistra utile al paese. Ritrovarsi per la sinistra è già un fatto importante non fosse altro perché potrebbe essere la controprova dell’idea di una sinistra morta. Una sinistra  ammazzata prima dalla grande storia e consegnata ai seppolcri della società moderna. Tuttavia, se la sinistra non è morta va detto che la sua vitalità è stata fortemente colpita. Diciamocelo! non dobbiamo consolarci pensando che vi sono ancora in Italia persone che credono nell’idea di una sinistra e che sono disponibili a lavorare alla sua realizzazione. Certo una buona base di partenza ma non può bastare. Dunque ricostruire? Spero che non sia solo uno sforzo per rimettere assieme i cocci del vaso frantumato. Forse non dobbiamo ricostruire qualcosa che c’è già stata ma semplicemente costruire qualcosa di nuovo. Per dirla in politichese non una nuova sinistra ma una sinistra nuova. E per quel che ho potuto ascoltare mi sento di poter dire  che ancora siamo ben lontani dall’aver un piano architettonico. Innanzitutto perché ancora ci muoviamo nella ritualità di un’elaborazione del lutto. Una ritualità che tra l’altro non garantisce solidarietà tra compagni ma spesso scatena la ricerca di un colpevole su cui scaricare tutte le responsabbilità oppure il richiamo ad esorcismi da autoconservazione. In ogni caso, il dolore per l’accaduto rischia di essere d’intralcio all’esigenza di un approccio sereno e utile alla causa. Infatti, nei raduni, come puntualmente è avvenuto anche ieri a Roma, prevale ancora la spiegazione della disfatta elettorale individuando il determinante nel richiamo al “voto utile”. Oramai la nostra disgrazia ha un nome: il voto utile. Mi domanda ma se fosse quella la causa della nostra disfatta allora vuol dire semplicemente che la gente ci considera inutili! Poi se la spiegazione è la paura del berlusconismo e/o la volontà di liberarsene ciò non spiega però l’astensionismo e la disaffezione a sinistra.

In ogni caso, al di là delle speculazioni politologiche sul voto, credo abbiamo disperatamente bisogno di un’analisi del vuoto della sinistra. Un pò per uscire della contingenza politica per ricollocare la nostra sconfitta nella sua dimensione strutturale e di prospettiva. Dunque non solo analisi del voto ma sopratutto analisi di un vuoto. Un vuoto, o meglio un processo di svuotamento, che non nasce in questa tornata elettorale ma affonda le sue radici nella seconda modernizzazione capitalista che ha determinato l’avvento del globalismo. Un processo che è iniziato con la caduta del Muro di Berlino, e che ha preso una sterzata nei primi anni novanta con le riforme delle regole del commercio internazionale che hanno sancito l’avvento del mercato globale. Perciò non basta e non può bastare perdere tempo sugli effetti del voto utile senza fermarsi sul suo corollario ovvero la percezione di inutilità che incarniamo nell’elettorato. Lo so che non è solo un problema nostro, voglio dire della sinistra, ma un problema che riguarda tutta la politica. Da questo punto di vista, neanche la crisi della politica come ce la siamo rappresentata può dirsi esauriente. Problemi di etica e di efficacia, di costi e di casta, sono tutte questioni importanti su cui vanno date delle risposte. Ma non dobbiamo confondere il sintomo con la malattia. La malattia della politica, la sua crisi è innanzitutto una crisi epistemologica nel senso che non vale più solo il nazionalismo metodologico come quadro ideale della politica nel mentre si sfaldano le strutture della società industriale basato sul modello di stato nazionale. Basta pensare come sia illusoria oggi pensare all’idea di una sovranità economica degli stati che ne dica Tremonti e la sua ricetta cioè il protezionismo. E da qui che bisogna partire per costruire una sinistra nuova.

Tuttavia nelle nostre discussioni ci sono cose che non mi convincono. Provo ad elencarne alcuni. Dunque, a mio avviso non abbiamo solo sbagliato campagna elettorale ma siamo noi ad essere “sbagliati”. Il nostro è un problema di inadeguatezza che si esplicita nella scarsa capacità attrattiva della nostra offerta politica e nell’inefficacia delle soluzioni che noi proponiamo di fronte a sfide che sono inedite. Anche qui, non basta ripetere che serve coraggio e innovazione. Ci diciamo che dobbiamo rivedere il nostro linguaggio, che dobbiamo innovare sul piano dell’organizzazione. E qui non si sprecano le alchimie e gli abbozzi di eventuali forme organizzative che intendono superare la forma partito, talvolta si richiama la federazione, il partito unico della sinistra, il partito aperto, la rete dei movimenti o il movimento delle reti, ecc.. Non risparmiamo prediche sulla crisi di partecipazione e si sprecano i richiami ad una riforma della politica e persino della democrazia. A tal proposito, ieri ho sentito evocare l’idea di una democrazia deliberativa da parte di Paul Ginzborg e francamente avrei voluto discutere questa idea. Non nei termini in cui Jorgen Habermas lo ha declinato ma per le sue ricadute nel contesto attuale. Trovo assai pericolosa l’idea di una democrazia deliberativa in un contesto di crisi della politica in quanto rinvia a forme di giustizia fai da te, all’idea di ronde o il consolidarsi di forme di razzismo democratico. Insomma, si rischia di scivolare in tempi di pre-politica che possono produrre mostruosità. Mentre parlava Ginzborg rifflettevo sul concetto di volontà popolare come quintessenza della democrazia e di quanto fosse efficacia la battuta seconda la quale la democrazia suppone l’esistenza di una comunità di persone perfette. Infatti, Hitler è salito al potere con il voto popolare! Dunque vorrei discutere l’idea di Ginzborg e avere chiarimenti nella speranza di sfugare i miei dubbi. Oggi in tempi di angoscia e di paura non sempre la volontà dei cittadini è frutto di scelte razionali e di saggezza. Poi a che cosa servirebbe la rappresentanza politica? Può ancora la politica avere una funzione pedagogica? Insomma, buttata lì l’idea di Ginzborg sinceramente non mi tranquillizza.

L’altra cosa che mi disturba molto è quando nei raduni della sinistra si ripeta come pappagalli che la sinistra è il cervello e la destra la pancia. Un’affermazione sciocca e viziata da presunzione che raffigura l’idea di una sinistra elitista, minoritaria e perdente. Noi siamo depositari per decreto divino dell’intelligenza e gli altri sono gli stupidi coloro che non capiscono.  Una sorta di autoconvincimento della propria superiorità. Poi l’idea che Berlusconi vince le elezioni grazie alle sue televisioni ignorando il fatto che il berlusconismo oramai prescinde dalla persona di Silvio essendosi fatto “cultura di massa” che ha radici profonde nella coscienza dei più in Italia e altrove. Non è più vera l’idea che ad essere decisive sper vincere le elezioni siano solo le televisioni siano decisivi . Cominciamo con il dover di sfatare un mito: il fatto che molti elettori formano la loro opinionie o decisioni di voto attraverso la TV va riconsiderato. Oggi per vincere le elezioni non basta solo il “marketing” politica tramite la TV  anche perché i numeri ci dicono che il target elettorale raggiunto dalle trasmissioni politiche non oltrepassa il terzo dell’elettorato complessivo. Nelle decisioni di voto contano ancora le conoscenze personali, i rapporti diretti  tramite il presidio del territorio. Poi ci sono altri canali importanti sopratutto per raggiungere i giovani come Internet (vedi i social network) e lo streaming TV on demand (Youtube, Current-TV) dove l’interattività e la soggettività del singolo sono centrali. Non è un caso che Di Pietro deve molto del suo successo anche all’uso delle nuove tecnologiche di comunicazione.

Infine, ho detto tutto questo perché sento l’esigenza di discutere in maniera approfondita per fare il necessario chiarimento e uscire da una retorica tutta in politicantesca che non serve a nulla se non ad una logica di continuismo nella pura logica di auto-riproduzione delle classi dirigenti. Serve verità e onestà per affrontare un nuovo percorso senza conservatorismi né fughe in avanti. Serve una “esegesi” dei processi sociali e umani che connotano il nostro tempo. Da qui dobbiamo ripartire per un nuovo pensiero capace di far vivere i valori della sinistra nel cuore della gente del XXI° secolo.

Pubblicato sul sito di Sinistra Democratica

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Written by Aly Baba Faye

22 maggio 2008 a 21:10

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