L'Appunto di Aly Baba Faye

Reato di clandestinità? Non è la pozione magica!

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Oramai nella politica italiana è passata l’equazione immigrazione uguale criminalità per cui gli immigrati sono la minaccia alla sicurezza dei cittadini nelle nostre città. In base a questa idea diffusa dai media e consolidata dal dibattito politico si è giunti ad un livello di allarme sociale assai preoccupante. Dunque il nesso tra immigrazione e sicurezza è diventato un nodo centrale nella vita del paese. Molti politologi e commentatori hanno già elevato a verità scientifica l’idea che le elezioni siano state vinte in base alle risposte o non-risposte che le forze politiche avrebbe potuto dare rispetto alla domanda di sicurezza. Ci sarebbe da discutere molto sul carattere scientifico di questo tipo di conclusioni. Comunque per comodità di ragionamento la tengo in considerazione non perché sia fondata ma per la sua incisività in quanto espressione della categoria del “dato di fatto” assunta a parametro epistemologico nello studio dell’opinione pubblica. Dunque l’insicurezza sarebbe causata dalla presenza degli immigrati ed è questo assunto che giustifica il fatto che tutte le volte che si dibatte di sicurezza si finisce sempre col parlare di immigrazione in termini di criminalità, di delinquenza e di clandestinità ignorando tutti gli altri aspetti legati alla presenza degli immigrati. Di fatto una semplificazione che porta alla criminalizzazione degli immigrati e la xenofobia che si diffonde sempre di più in modo trasversale nella nostra società. Qualche piccolo distinguo viene fatto dai meno agguerriti in riferimento alla clandestinità per cui il problema non è l’immigrazione in sè ma la clandestinità. Si noti en passant la complessità del ragionamento che individua la risposta all’insicurezza percepita agitando la clandestinità che per definizione dovrebbe riguardare qualcosa di invisibile e sconosciuto. Ecco che si giustifica la paura perché “si ha paura di ciò che non si conosce”! Ma ciò solleva il dubbio su come si può combattere la clandestinità e dunque ciò che non si vede. Insomma la caccia alle streghe! Il dibattito politico prosegue su questo binario mentre nell’opinione pubblica serpeggia pericolosamente l’idea della caccia all’immigrato quello troppo visibile che non può mimetizzarsi. Dunque a livello generale siamo arrivati a qualcosa di più di una sciocca caccia alle streghe mentre si sta sedimentando nuove conflittualità sociali lungo le linee della diversità etnica e culturale. A nulla serve sfociare i dati sulla criminalità straniera e il grado di sicurezza effettiva delle nostre città, poiché quel che conta è il cosiddetto “percepito” che tradotto in italiano significa paura dello straniero e sofferenza della presenza degli stranieri. Un sentimento sempre più diffuso che va rispettato salvo quando nasconde sentimenti xenofobi e razzisti o peggio scatteni ronde e violenze gratuite.

E’ questo è il retroterra culturale da cui muove l’intervento del nuovo governo che si appresta  a varare il suo pacchetto sicurezza. Stante agli annunci del Ministro dell’Interno, tra le novità in arrivo ci sarebbe l’introduzione del reato di immigrazione clandestina. Una scelta inefficace che avrà tra l’altro un elevato costo per il sistema penitenziario senza peraltro dare garanzie come strumento di deterrenza soprattutto in questa fase storica. Infatti, c’è una variabile a cui nessuno sembra tenere conto ed è la grave crisi alimentare che ha visto negli ultimi mesi circa 100 milioni di persone nel mondo scivolare nella carenza alimentare e nella fame in seguito alle scelte sciagurate di usare il grano e il riso come materia prima per produrre carburanti cioè il biodiesel. Una scelta fatta nella pura logica del profitto e della legge del mercato, una scelta che richiama disperatamente l’affermarsi di una nuova etica in campo economico e su cui servirebbe maggior attenzione da parte della politica. In ogni caso una scelta dalle conseguenze pesanti in termini sia di malnutrizione (e quindi anche di salute) ma anche di aumento della pressione migratoria dalle aree povere. Alcuni ricercatori già prospettano una nuova ondata migratoria che nel solo continente africano coinvolgerà circa 60 milioni di persone di cui un decimo (6 milioni di persone) tenteranno di approdare nell’Unione Europea nei 2 anni a venire. L’Italia insieme Spagna e Grecia saranno i paesi dell’Unione più esposti a questa nuova ondata. E evidente che la maggior parte di questi nuovi aspiranti sceglierà canali d’ingresso irregolari via terra o via mare. Dunque temo che non basterà costruire nuove carceri e allungare la permanenza nei CPT a 18 mesi come deterrente contro l’immigrazione irregolare. Perché semplicemente non siamo più nella fase di un’immigrazione da domanda ma piuttosto di fronte ad un’offerta disperata di immigrati. Anche perché dobbiamo sapere che per chi non ha più nulla è sempre meglio 18 mesi in un CPT o in un carcere dove magari qualche pezzo di pane te lo daranno invece crepare di fame. Pertanto, occorre un nuovo approccio alla questione che sia in grado non dico di risolvere ma quanto meno di governare questi processi epocali. In questa ottica è urgente lavorare per nuove politiche di sviluppo e per una nuova etica dell’economia che ripongono al centro la dignità umana. Nel frattempo due mi paiono le direttrice fondamentali lungo le quali impostare un nuovo sistema di gestione sostenibile dei flussi: gli accordi di cooperazione e la comunitarizzazione come architrave per una politica di sistema. Dunque trasformare l’immigrazione clandestina in reato non è la pozione magica se non si rimuovono le cause profonde che costringono la gente a emigrare. Dunque non è più rinviabile il confronto sull’idea di globalizzazione sostenibile di cui le migrazioni sono una parte rilevante.

Aly Baba Faye

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