Il Canto del Grillo
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Il Grillo c’è. Il suo canto si fa sentire. In queste elezioni amministrative il Movimento 5stelle continua la sua affermazione. Per ora sembra la più appettibile delle offerte politiche. Qualche analista politico ha scommesso sul boom di 5stelle alle prosssime politiche le quali dovrebbe portare al Parlamento molti grillini. In ogni caso non servono i sondaggi per capire che alle prossime elezioni molti cittadini voteranno per il movimento di Beppe Grillo. Lo faranno per lo più come protesta per punire i partiti sempre più logori. E questo dato la dice lunga sull’erosione di credibilità della politica ufficiale. Dunque dopo l’estromissione ad opera della tecnocrazia, la politica mainstream subisce un’ulteriore colpo. Quel che veniva fino a poco interpretato come fenomeno di antipolitica si rivela invece un’offerta politica sempre più credibile agli occhi dei cittadini schifati dal politicantismo di mestiere. E Beppe Grillo raccoglie una parte sempre più consistente dell’elettorato deluso e in cerca di buona politica. Altri elettori scelgono l’astensionismo semplicemente perché credono che la politica sia in coma profonda e che sia inutile insistere sull’accanimento terapeutico. Se la bollatura del Grillo come alfiere dell’antipolitica da parte della politica ufficiale è stata rimossa, resta il fatto che c’è ancora chi nella classe politica insiste su spiegazioni semplicistiche del fenomeno grillo. Ora dicono che si tratta di populismo, confondendo la raccolta di una domanda popolare di buona politica con la demagogia e la propaganda. Così come persistono nell’errore di guardare la forma ignorando la sostanza del successo di Grillo al quale associano le virtù salvifiche dei social networks e in generale alla rete. Naturalmente la rete è una piazza affollata che permette alla comunicazione politica di creare consenso ma solo se dietro ci sono valori veri. Comunque, spero che presto si capisca che dietro l’affermazione del Movimento 5 Stelle ci sia una domanda politica forte, una voglia di rottura con la solita e ormai vecchia pratica politica dei partiti e le sue logiche di casta. Mi auguro che i politici possano fare una lettura seria della situazione e manifestino un desiderio di porvi rimedio. Certo è difficile immaginare una riformabilità dei partiti. E’ più plausibile che i partiti subiscano il cambiamento con il rischio di venirne travolti. In ogni caso Grillo interpreta bene o male il desiderio di cambiare rotta. Comunque sia il grillismo resta una battaglia di democrazia contro l’oligarchia dei partiti e non è poca cosa in tempi di profonda crisi della rappresentanza democratica. Questione di credibilità!
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Del Rischio di Ribellione fiscale!
Quel che è acccaduto ieri a Romano di Lombardia, in provincia di Bergamo è l’ennesimo segnale di una disperazione crescente. Un uomo di di 50 anni, armato di pistole, entra nella sede dell’Agenzia delle Entrate e sequestra delle persone per oltre 6 ore. Inutile dire il sollievo per il fatto che questa vicenda non è finita in tragedia. Davvero poteva finire molto male ma per fortuna questo atto dimostrativo non ha fatto vittime tra i sequestrati. Tuttavià la gravità del fatto resta un’impronta “signifcativa” della tensione sociale derivante dalla disperazione dei cittadini colpiti da una crisi economica pesante perché è una crisi di sistema aggravata da un rigorismo ciecco. Comunque va detto, senza ambiguità, che quel che è accaduto non deve essere relegato nel catalogo degli atti di follia individuale. Quel che è accaduto va ricongiunto ad un contesto generale di crescente disagio economico e sociale. Basta ricordare i tanti altri fatti di disperazione che hanno portato al suicidio più di 32 persone. Purtroppo si tratta niente meno che della punta di un iceberg. E questo interpella senza dubbio anche la politica e le sue responsabilità o meglio la non-assunzione della sua responsabilità. Dunque serve un’inversione di tendenza nella politica fiscale che deve essere all’insegna dell’equità. L’austerità della Merkel va bene in un paese come la Germania ma non deve essere imposta a tutti i paesi del’UE. L’Italia non è la Germania e la Germania non ha le stesse fragilità economiche e sociali che ci sono in Italia. Perciò la cura da cavallo all’insegna del rigorismo merkeliano rischia di produrre macelleria sociale, cavalcando il solco delle fragilità italiane e portando al default moltissime famiglie. Se non si vuol arrivare alla rivolta diventa necessaria la presa in considerazione delle tante obiezioni fiscali. In Italia la giustizia e l’equità imporrebbero l’applicazione più intelligente del principio di progressività della tassazione, la riarticolazione della spesa pubblica a cominciare dalla razionalizzazione dei costi di funzionamento dello Stato e della politica. Serve un riassetto del sistema fiscale che faccia leva sull’allentamento e la diversificazione della pressione fiscale e sulla lotta senza quartiere all’evasione e all’eluzione fiscale. Ma non si può punire allo stesso modo chi, disponendo di grandi patrimoni, evade e chi per ragioni di sopravvivenza elude il fisco. Nella situazione di povertà crescente bisogna trovare il modo di applicare forme di esenzione fiscale alle persone e alle famiglie al limite della sopravvivenza. Una fiscalità che oltre all’equità aiuti la ripresa attraverso il rilancio dei consumi e della produzione. Questione di Giustizia!
Del dilagare di suicidi “economici”
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E’ morto l’uomo che alcuni giorni fa si era dato fuoco davanti agli uffici tributari di Bologna. L’altroieri ad Atene un settantenne si è suicidato davanti al Syntagma a causa della crisi. Dunque l’ennesimo suicidio di un cittadino greco in default dall’inizio della crisi. Le cifre parlano di 2000 casi di suicidio in Grecia dall’inizio della crisi. In Italia i suicidi per motivi di fallimento economico sono circa 13 dall’inizio del 2012 (leggi qui). Dunque avanti con l’economia che uccide! Che le guerre, le mafie, le violenze di varie genere abbiano alla base delle ragioni economiche lo si può dare per scontato. Il denaro ha alimentato una civiltà sempre più violenta che ha reso l’uomo schiavo. Il capitalismo ha trasformato la persone in merce o comunque in una semplice variabile economica. La cosiddetta “Austerity” e il rigorismo rispetto ad una certa ortodossia economico-finanziaria sembra l’ultima spaggia di una deriva speculativa e mercantile. Non so se si può tornare indietro o liberarsi dalla dittatura del mercato e della finanza. Quel che è certo è che forse occorre iniziare a discutere almeno di come evitare la disperazione di milioni di persone per il bene di pochi. Le forme di usura più o meno legalizzate, la disoccupazione, l’esclusione dal circuito economico-finanziario, le difficoltà di accesso al credito, le retribuzioni da fame e le nuove povertà, stanno creando dei disatri umani e sociali che forse meriterebbero qualche attenzione da parte della politica. Il laisser faire ci ha portato in una vera e propria giungla dove il paradigma non è certamente la tutela della dignità delle persone. E’ ora di cominciare a parlarne, serenamente senza paraocchi. Non tacere sul fenomeno dei suicidi per ragioni di “default” è un dovere di una classe dirigente che si rispetti. Forse è il modo migliore per riportare nel dibattito pubblico il tema del governo dell’economia e della regolamentazione del mercato per colmare lo scollamento tra economia e società. Forse è giunto il momento di relativizzare il dogma della competitività e il culto acritico del Dio denaro e nel contempo di assolutizzare la dignità della persona umana. Il fine della politica non può non essere quello di tutela la dignità Questione di Civiltà!
La questione ebraica e la fiera degli equivoci
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L’agguato alla scuola ebraica di Tolosa (vedi qui) ripropone un dibattito con la solita fiera degli equivoci. Succede così ogni volta che fatti di violenza coinvolgono attivamente o passivamente degli ebrei. La questione ebraica è una di quelle che suscitano passioni contrastanti, divisioni sentimentali e militanze equivoche. Dunque una dialettica che spesso si articola in prese di posizioni contrapposte dove smariscono il dovere di equilibrio e l’onestà intellettuale. Con il tempo è andato scavandosi il solco di una divisione, a dir poco, paradossale tra “amici” e “nemici” degli ebrei. Un parossismo della logica “amico-nemico” che porta ad un saldo automatico che restringe la questione nella morsa stretta tra Sionismo e Antisemitismo. Due fenomeni che nella loro violenza dovrebbero essere entrambi denunciati senza ipocrizie per quel che sono: due “nefandezze”. Non dovrebbe esistere nessuna giustificazione né per l’uno né per l’altro fenomeno. Una violenza è nefandezza a prescindere da chi la fa o chi la subisce. I fatti di Tolosa sono una schifezza punto e basta. I razzi israeliani che cadono nelle case dei palestinesi di Gaza o il fosforo bianco sono una nefandezza. Su fatti del genere non dovrebbe essere consentita una doppia morale, o un doppiopesismo che relativizzano il dovere di condanna dell’una o dell’altra violenza a secondo di chi lo subisce. Serve più onestà intellettuale e meno opportunismo e ipocrizia. La dignità della persona umana dovrebbe essere un dato acquisito per tutti, ebrei o palestinesi, neri o bianchi, uomini o donne. Sparare su dei bambini ebrei non lo si può giustificare come speculare alle violenze del sionismo. Che responsabilità ha un bambino ebreo se un razzo israeliano uccide un suo coetano a Gaza? Davvero così non se ne esce da questa spirale di odio e violenza. L’essere ebreo non è né una colpa né comporta qualche privilegio per cui c’è una sorta di beneficio di innocenza preventiva e assoluta. Gli ebrei non sono né diavoli da demonizzare né dei semidei da adulare. Sono esseri umani dotati di dignità in quanto esseri umani. Dunque è ora di normalizzare l’atteggiamento nei loro confronti senza condizionamenti di sorta e senza pregiudizi. Deve valere per loro quel che vale per ogni altro essere umano: si è giudicati per quel che uno fa secondo il principio della responsabilità soggettiva. Questo è il modo migliore per uscire da una problematizzazione della questione ebraica in termini di odio e violenza. Insomma aveva ragione colui chi diceva che non ci può essere giustizia senza verità. Possano gli opinionisti e politici sentire e far loro queste parole! Questione di onestà!
8 Marzo tutti i giorni!
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Lo so che dedicare un giorno all’anno per festeggiare la donna può prestare a equivoci. E ogni anno mi tocca ribadire il senso che la festa della donna assume per me. Il modo in cui mi coinvolge. Credo che le donne farebbero volontieri a meno delle mimose regalate un giorno all’anno. Troppo poco! Inoltre, sospetto che molte donne sentano più l’urgenza di essere rispettate come persone. Non chiedono altro. Non hanno bisogno di gentile concessione. Le donne hanno bisogno di rispetto della loro dignità (ne ho parlato qui). E da questo punto di vista, c’è ancora l’urgenza di cambiare tante cose. C’è l’urgenza di debellare la cultura maschilista dominante. E non servirebbe neanche un elenco delle disparità o delle violenze di cui purtroppo le donne sono “vittime”. Tuttavià devo dire che credo nella forza dei simboli. Anche se non sono risolutivi, essi possono essere di qualche utilità: fosse solo per ricordare la condizione della donna nel mondo! Ed è in questa chiave che concepisco questa riccorrenza del 8 marzo senza cadere in un paternalismo che dall’alto del suo impeto maschilista pretende di “difendere” la donna. Umilmente partecipo, a modo mio, come sono solito fare. Ogni anno il mio modo di festeggiare la donna consiste nella scelta di una figura di donna ordinaria da celebrare come esempio di come le donne siano forti e capaci di interpretazioni positive della vita e dell’umanità. Mi è capitato di scegliere di volta in volta mia nonna materna, mia madre, mia moglie, un’amica ecc… D’altronde sono stato educato da donne essendo orfano di padre! Non cambio registro! E anche quest’anno scelgo di ricordare non solo mia nonna materna alla quale mi legava e mi lega ancora un sentimento di profonda gratitudine, ma vorrei volgere un pensiero ad un’altra mia nonna (quella paterna) che non ho conosciuto ma la cui vicenda personale è un tesoro che custodisco nel cuore. Mia nonna paterna fu rinnegata dalla sua famiglia cattolica perché aveva deciso di seguire il suo cuore. Per amore aveva accettato di sposare un musulmano (mio nonno paterno). Entrambi furono oggetto di ostracismo e dovettero lasciare l’Isola delle conchiglie da dove erano originarie. Questa sua scelta gli ha provocato tante sofferenze, ingiustizie di varia natura. Ma è stato il prezzo da pagare per l’affermazione della sua libertà, l’ha assunto fino in fondo. Questione di forza!
Un’altra pillola razzista distillata in Tv!
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Ci risiamo! Dopo quella di Servizio Pubblico ecco un’altra pillola razzista distillata in prima serata dalla TV pubblica. Questa volta l’autore della nefandezza è il noto comico Crozza il quale nella trasmissione Ballarò ha creduto di dovere far ridere con una pessima battutaccia sui “negroni”. La battutaccia che sembra neutra è invece un capolavoro di razzismo in quanto riproduce uno dei pregiudizi più radicati nella coscienza dei più ovvero che “nero uguale disgraziato”. Una battutaccia che lui definisce “politically uncorrect” ma che in realtà è una pillola di razzismo assai grave. In un paese dove essere nero spesso non rima con dignità, in un paese dove a qualcuno viene di sparare alle persone solo perché hanno a pelle nera, c’è poco da fare lo spiritoso e giocare a rafforzare i pregiudizi. Rammento che solo qualche mese fa c’è stata un rettata razzista a Firenze durante la quale hanno perso la vita 2 senegalesi Mor Diop e Modou Samb e un altro è stato gravamente ferito. Due anni fa a Ladispoli, vicino a Roma, un altro senegalese è stato ferito a morte da un carabinieri fuori servizio. Poi non posso non ricordare la “Deportazione dei neri” da Rosarno dove dei ragazzi si divertivano a sparare ai lavoratori africani con le pistole ad aria compressa. L’elenco delle violenze razziste è lungo. La mortificazione della dignità dei neri non fa più notizia. Proprio per questa ragione ho trovato di cattivo gusto la battutaccia di Crozza a Ballarò. La televizione svolge un ruolo importante nella formazione della coscienza collettiva e non si può, per ciateria, far passare messaggi che possono banalizzare il razzismo o farne oggetto di “burla”. Credo che la RAI debba vigilare di più e non permettere più che gente che paga il canone sia considerata meritevole di ogni tipo di insulto e offesa. Questione di rispetto!
La Coca Cola e gli immigrati di Rosarno
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Una volta c’era la Rosarno dei braccianti africani. Quella che era rimbalzata nei media nazionali per la rivolta degli africani vittime di tanti episodi di razzismo. Una rivolta che portò il governo italiano ad organizzare una “deportazione” degli africani. I riflettori puntarono poi sulle realtà lavorative e di vita dei braccianti africani. Storie di schiavismo e di razzismo. Ed è da lì che è partita verosimilmente anche l’inchiesta del giornale inglese The Independent sulle condizioni di lavoro dei braccianti agricoli nella Piana di Gioia Tauro. Un’inchiesta che denuncia condizioni terribili di sfruttamento del lavoro dei braccianti africani, considioni al limite dello schiavismo nella raccolta delle arance che servono a fare l’aranciata (Fanta). Secondo il giornale inglese La Coca Cola si avvantaggerebbe indirettamente dello sfruttamento dei braccianti africani a Rosarno che lavorano in condizioni disumane per 25 euro al giorno. Dopo la denuncia la Coca Cola ha deciso di rompere i contratti di fornitura con le aziende agricole che sfruttano gli immigrati africani mentre gli imprenditori a loro volta si giustificano denunciando una stretta dei prezzi (al limite della strozzatura) da parte del colosso di Atlanta! Fatto sta che c’è ora lo rottura del contratto di fornitura ma è chiaro che la Multinazionale delle bevande non lo abbia fatto per sensibilità ai diritti umani o dei lavoratori o per responsabilità sociale dell’impresa (CSR) quanto per tutelare la sua immagine cosmopolita. Questione di marketing!.
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