Lettera aperta a Gad Lerner
Caro Gad
ti chiedo scusa per l’insistenza. Ma considero l’interlocuzione con te sul tema del razzismo fintroppo preziosa. Ora con l’approvazione del ddl sulla sicurezza si è aperta una brutta pagina nella storia della Republica. Siamo nel trionfo del cattivismo che si presenta come alternativa credibile contro il cosiddetto buonismo. Siamo di fronte alla vittoria del razzismo sul cosidetto lassismo. Ma tutto questo è solo un gioco a somma zero in quanto preludio al caos sociale. Con questa deriva razzista che si nasconde dietro la sicurezza si deve prendere atto che il passaggio dalla paura alla violenza è stato breve. Siamo nel parossismo della criminalizzazione del diverso e la violazione della dignità umana.
Hanno già scritto diversi capitoli del loro romanzo dell’orrore. Hanno iniziato la loro narrazione agitando lo spauracchio del mostro cattivo ovvero dell’uomo nero. Hanno spaventato il popolo costringendolo a chiedere protezione e sicurezza. Hanno promesso e invocato la mano dura e la tolleranza zero come pozioni magiche. Nel frattempo la realtà sta già superando l’immaginazione e coloro che hanno partecipato a questo gioco al massacro non hanno più saputo indicare una soluzione al problema che hanno creato. Ora ci sono solo reazioni violenti all’ossessione securitaria che si è nutrita di paura e paranoia. Perché il popolo ha ceduto la sua libertà a dei sciarlatani che si contengono il Sultanato del caos…
Caro Gad, è più che mai urgente fare qualcosa per invertire una tendenza che potrebbe produrre grandi disastri umani. Occorre agire non più in solitario ma in una dinamica collettiva. Occorre agire non più invocando un antirazzismo generico ma creando le condizioni per arginare la deriva. Occorre fermare questa norma pericolosa che è solo una scossa di un possibile terremoto democratico. Sembra che vi sia un razzismo di popolo che dà ragione ai politici cattivisti e conferisce consenso ai xenofobi. Sembra che vi sia un consolidarsi di un razzismo democratico. Di questo si è parlato molto. Ma siamo sicuri che il razzismo sia espressione della volontà generale? E’ possibile pensarlo ma niente autorizza a dirlo con cognizione. Io conosco tanta gente che hanno attenzione e cura della dignità degli altri. e spero sempre in una scintilla che possa riaccendersi una luce umana anche nelle persone più cattive.
Non so dire quanto sia consistente la parte del popolo che potrebbe schierarsi dalla nostra parte! So che c’è tanta indifferenza quella sì. So che c’è tanta diffidenza, quella sì. So che c’è tanta paura nella testa della gente, quella sì. So che c’è individualismo e tanto egoismo sociale quello sì. Ma so anche che non tutte le persone coinvolte in questi fenomeni sono da bollare con l’infamia del razzismo. Non ci credo o meglio non ci voglio credere. Anzi vorrei credere e sono sicuro che c’è tanta gente il cui razzismo non è affatto scontato. Ecco, perché credo ancora nella possibilità di invertire la tendenza prima che siano fatti di inedita gravità a costringerci a farlo.
Gad cominciamo col pensare come agire, come scatenare una dinamica collettiva su questi temi. Cominciamo col pensare la strategia migliore per coinvolgere i molti nella costruzione di un argine civile e democratica alla deriva razzista. Non so cosa fare ma so che dobbiamo fare qualcosa, dobbiamo fermare il razzismo e la degenerazione civile e morale di questo amato paese. Non so cosa fare ma sento l’urgenza di agire, sento come un dovere morale provarci, provarci con gente come te e come tanti altri che non vogliono piegrasi alla mortificazione della nostra comune umanità.
Con stima
Aly Baba Faye
A’ la Dérive sécuritaire!

Hanno già scritto diversi capitoli del loro romanzo dell’orrore. Hanno iniziato la loro narrazione agitando lo spauracchio del mostro cattivo ovvero dell’uomo nero. Hanno spaventato il popolo costringendolo a chiedere protezione e sicurezza. Nel frattempo la realtà ha superato la loro immaginazione e non hanno più saputo indicare una soluzione al problema che hanno creato. Ora ci sono solo reazioni violenti all’ossessione securitaria che si è nutrita di paura e paranoia. Perché il popolo ha ceduto la sua libertà a dei sciarlatani che si contengono il Sultanato del Caos…
Cinafrica: la voglia di deserto!

La Cina colonizzerà o no l’Africa? Se con il termine colonizzazione intendiamo il sistema di saccheggio che le potenze europee hanno sperimentato in Africa per secoli allora la risposta al quesito iniziale sarebbe negativa. Ciònondimeno la Cina sfrutterà l’Africa sia come mercato che giacimento materie prime. Ma lo farà senza imporre la propria lingua, il proprio sistema di valori ma solo e esclusivamente in termini di business. Allora perché l’onda crescente di allarmismo sulla presenza cinese in Africa? Sarà solo un grido al lupo al lupo da parte dell’Europa che teme per se stesso e i propri interessi? Può anche darsi! Anzi certamente c’è anche di questo come dimostra la propaganda anticinese. Ma sarà assai superficiale fermarsi su questa querelle o guerra economica tra un gigante in ascesa e una potenza in rischio di declino. La presenza cinese in Africa va considerata per quel che è, appunto il disegno di conquista economica di una potenza che mira a creare il proprio impero economico nel mercato globale. Da questo punto di vista un buon studio di intelligence economica suggerisce che il tema vero della penetrazione cinese in Africa stia nell’obbiettivo (non ancora dichiarato) di comprare il deserto del Sahara e quello di kalahari. La Cina sarebbe interessatissima a trasformare i deserti africani in grandi piattaforme della Green Economy che all’occorrenza possano servire anche da colonie di popolamento. E gli africani? Certamente saranno consenzienti! Ma non so dire quanto il loro sia effettivamente un consenso informato. D’Altronde la “svendita” dell’Africa è già in corso come dimostrano l’offerta gratuita di terreni a potenze economiche e imprese straniere solo sulla base di vaghe promesse di investimento. Un fenomeno che sta già alimentando un vero e proprio saccheggio di terre. La Cina per ora non sembra direttamente implicata perché punta come si è detto sui due pezzi pregiati: appunto il Sahara e il Kalahari. Questione solare!!
Un uomo e la sua storia!

Quella di Michael Jackson è un emblema di una umanità problematica. Una vita di pieni e vuoti, di luci e ombre, di successi e sofferenze. E’ la fragilità dell’essere di un uomo avvolto da una profonda incertezza ontologica. La parabola della sua vita è quella di un “enfant prodige” che a soli 5 anni sobbalza nel mondo del Showbiz assieme ai cinque fratelli: i Jackson Five. Ma Michael era diverso dagli altri fratelli. Il suo talento artistico era fuori norma come d’altronde la sua personalità. Nel 1971 inizia la carriera da solista ed è forse anche l’inizio di una profonda solitudine. Ma per l’artista il talento si traduce in canzoni subliminali e concerti che hanno regalato emozioni a milioni di giovani in tutto il mondo. Ma successi e soldi non gli sono bastati come scudo contro la sofferenza. Le presenze sui palcoscenici e l’essere una macchina da sogni per milioni di fans non gli sono bastati per combattere una solitudine interiore. Michael era diverso. Diverso di una diversità che lo rendeva irraggiungibile. Diverso di una diversità che gli creava disagio. Disagio che lo ha portato a cercare ostinatamente un sè diverso di quello che era. Una ricerca sfrenata che lo ha portato a rincorrere con la chirurgia plastica un altro sè. Davvero Michael Jackson era diversa. Non è mai stato come gli altri. La sua vita è stata un’avventura dove il dramma umano era scritto come un romanzo surreale. Ecco il paradosso tragico di una vita che nessuno deve giudicare e che tutti debbano guardare con rispetto. Perché, oltre il parossimo di una vita piena degna di un personaggio mitico, in fondo Michael è stato solo l’espressione parossistica della fragilità dell’essenza umana. Ora, finalmente si spera che possa riposare in pace. Ciao Michael!
FAO: un miliardo di affamati!
Ansa (Roma). Per la prima volta nella storia umana, oltre un miliardo di persone in tutto il mondo risultano sottonutrite. Lo rende noto la Fao, che ha rivisto al rialzo le stime per il 2009 sul numero di persone che soffrono la fame, indicando la cifra di 1,02 miliardi. Tale cifra supera di oltre 100 milioni il livello dell’anno scorso e rappresenta circa un sesto della popolazione mondiale. Questo aumento della fame a livello mondiale – spiega la Fao – non è la conseguenza di raccolti insoddisfacenti, ma della crisi economica mondiale che ha ridotto i redditi e aumentato la disoccupazione. E anche nelle nazioni sviluppate la denutrizione è divenuta un problema crescente, riguardando 15 milioni di persone. La fame nel mondo – sottolinea l’agenzia delle Nazioni Unite – ha mostrato un trend di lenta ma continua crescita nell’ultimo decennio. Quest’anno il numero di persone vittime della fame è previsto crescere globalmente dell’11%, secondo le stime della Fao basate su analisi del Dipartimento per l’Agricoltura degli Stati Uniti. Quasi l’intera popolazione sotto-nutrita vive nei Paesi in via di sviluppo ma una fetta di 15 milioni riguarda i Paesi sviluppati. In Asia e nel Pacifico circa 642 milioni di persone soffrono di denutrizione cronica; nell’Africa Sub-Sahariana 265 milioni; in America Latina e nei Caraibi 53 milioni; nel Vicino Oriente e nel Nord Africa 42 milioni.La situazione di crisi economica di alcuni Paesi in via di sviluppo – nota la Fao – è anche aggravata dal fatto che i trasferimenti monetari (le rimesse) degli emigrati nei loro Paesi d’origine sono diminuiti sostanzialmente nel corso di quest’anno, causando una notevole riduzione delle riserve estere e dei redditi familiari. La diminuzione delle rimesse, insieme al previsto declino degli aiuti ufficiali allo sviluppo, ridurrà ulteriormente la capacità dei Paesi di avere accesso al capitale necessario a sostenere la produzione e a creare reti di sicurezza e schemi di protezione sociale per i poveri. Mentre i prezzi alimentari sui mercati internazionali sono diminuiti nel corso degli ultimi mesi, i prezzi interni nei Paesi in via di sviluppo sono scesi assai più lentamente e sono rimasti più alti in media del 24% alla fine del 2008 rispetto al 2006. La Fao nota infine che i prezzi dei generi alimentari di base, sebbene siano diminuiti, restano ancora più alti del 24% rispetto al 2006, e del 33% rispetto al 2005
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Rapporto Istat: un flash!

Nel 2008 il tasso di disoccupazione degli stranieri è pari all’8,5%, in crescita del 2% rispetto al 2007. E’ quanto si legge nel Rapporto annuale dell’Istat. La crisi non colpisce solo gli italiani: l’anno scorso sono 162mila gli stranieri in cerca di lavoro, ovvero 26mila in più rispetto all’anno precedente. Nell’ultimo trimestre 2008, in particolare, la quota dei disoccupati stranieri ha superato il 10% dell’area dei senza lavoro. I più penalizzati sono gli uomini tra i 40 e i 49 anni: “L’andamento dell’ultimo anno – si legge nel testo – segnala un forte calo delle donne disoccupate con responsabilità familiari, soprattutto di quelle con figli, arrivate a incidere non più del 70% a fronte del 78% di tre anni prima. Al contrario, gli effetti della crisi sembrano aver investito i loro coniugi/conviventi uomini, la cui incidenza è invece aumentata in maniera significativa”. Nel 2008 sette stranieri su dieci dichiarano di aver perso il posto, soprattutto nell’industria e nelle costruzioni; per il 67% di questi si tratta di disoccupazione di breve durata.
Che dire? Che la disoccupazione non è un reato punibile con l’espulsione. Perciò serve una moratoria della Bossi-Fini quanto meno sul contratto di soggiorno. Serve una moratoria sui licenziamenti per tutti. Questione di rispetto!
Raid Razzista a Roma

Il raid razzista contro i bengalesi a Villa Gordiani a Roma è una ennesima vigliaccheria. Ma la cosa che più mi ripugna è il silenzio, l’asuefazione che accompagnano questi atti sempre più circoscritti come semplici fatti di cronaca. Non è esagerata affermare che il razzismo è stato sdoganato nel paese della “brava gente”. Il passaporto che ha traghettato il razzismo nel cuore della società italiana è la deriva sicuritaria che ha diffuso paura e odio nei confronti degli immigrati. Di fronte a questo rigurgito razzista rincresce rilevare che non vi è alcun argine politico o morale. Anzi è palese l’anestesia della coscienza civile in questo paese. Le reazioni contro questi epifenomeni sono sempre circoscrittti. Silenzio e assuefazione sono gli ingredienti in questa situazione di regressione culturale. Una cosa che personalmente mi dispiace è il fatto che non c’è più un movimento antirazzista degno di questo nome. Chi denuncia questi fatti viene individuato come quello che compromette la sicurezza dei cittadini. Forse è da qui che bisogna ripartire se si vuole uscire da questo pantano. La politica e le forze democratiche non possono cavarsela solo con comunicati stampa di rito mentre quotidianamente praticano l’esclusione degli immigrati dalla rappresentanza come modo per dare dignità politica ai temi della convivenza civile e democratica. Finché non ci sarà consapevolezza che non si tratta di una gentile concessione ma di un investimento strategico per il consolidamento della democrazia allora prevarrà la logica del simbolismo inconcludente. Quel che serve è una politica seria e lungimirante capace di costruire nella società gli anticorpi di una malattia che se non verrà curata ci travolgerà tutti. Questione di responsabilità!
Nota sulla Meritocrazia

Oggi un amico su facebook mi ha fatto obiezione sull’uso della parola meritocrazia dicendo in sostanza che sia secondo lui un affidarsi al “potere di arbitrio padronale”, un ritorno agli anni ‘50. L’amico fa anche riferimento ad un articolo di Bruno Trentin contro la meritocrazia. Ecco cosa ho risposto: “Ormai il termine “meritocrazia” viene usato nel gergo politico come criterio di valutazione del merito e parametro per la selezione nei percorsi di mobilità e accessibilità professionale. In questo senso è un sistema di garanzia proprio contro l’arbitrio e la discrezionalità. In questa accezione la meritocrazia si distingue dal favoritismo senza per questo confondersi con l’egualitarismo. Un esempio più semplice di come la meritocrazia è l’organizzazione di concorsi pubblici. Naturalmenet al netto della trasparenza nell’organizzazione e la gestione di un concorso che non deve appunto essere falsato per deviare appunto la meritocrazia. Sappiamo che anche nei concorsi non sempre c’è la trasparenza. In un paese dove è difficile fare il notaio se non si è figlio/a di notaio, un sistema meritocratico suppone la tutela del principio del diritto contro la tirannia del privilegio”. Che dire di più? Non bisogna dimenticare che in via di principio i diritti sono esigibili mentre i privilegi no. Questione di regole!

